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	<title>Eccehomo &#187; Un libro per ogni stagione</title>
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	<description>Ritorno alla vita</description>
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		<title>Corpo a corpo. II parte</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Sep 2011 09:33:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Faccin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il sapore del mondo.
Un&#8217;antropologia dei sensi.
David Le Breton
14 x 22, pag. 494
Raffaello Cortina Editore &#8211; 2007
 
Percepisco dunque sono &#8211; dice Le Breton &#8211; e mai come ora la correzione dell&#8217;assunto Cartesiano risulta così opportuna, a noi che siamo alla ricerca del nostro essere corpo.
La condizione umana è corporea, i nostri sensi aprono ad un determinato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><span style="font-size: medium;">Il sapore del mondo.</span></strong></p>
<p><strong><span style="font-size: medium;">Un&#8217;antropologia dei sensi.</span></strong></p>
<p><strong><span style="font-size: small;">David Le Breton</span></strong></p>
<p><strong><span style="font-size: small;">14 x 22, pag. 494</span></strong></p>
<p><strong><span style="font-size: small;">Raffaello Cortina Editore &#8211; 2007</span></strong></p>
<p><strong><span style="font-size: x-small;"> </span></strong></p>
<p><span style="font-size: small;">Percepisco dunque sono &#8211; dice Le Breton &#8211; e mai come ora la correzione dell&#8217;assunto Cartesiano risulta così opportuna, a noi che siamo alla ricerca del nostro essere corpo.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">La condizione umana è corporea, i nostri sensi aprono ad un determinato mondo, delimitandolo: la percezione viene educata dall&#8217;ambiente a cui apparteniamo e dai dati ancestrali che ci formano. Normalmente il mondo scivola sui sensi, ci si accontenta di una valutazione approssimativa; solo ciò che turba il quadro penetra in modo infimo o essenziale la coscienza.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">La vista si proietta nel mondo, gli altri sensi entrano in contatto: già a questo livello la divaricazione tra l&#8217;Occidente, prettamente visivo ( una vista ormai &#8221; cinematografica &#8220; ), e le altre culture, originariamente più sinestesiche, si fa evidente.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Abbiamo perso gli altri sensi? Non proprio, ma di certo il primato dell&#8217;immagine ci distacca dal reale: non più sguardi che si cercano,desiderosi di far seguire all&#8217;abbraccio dello sguardo lo scambio degli odori e degli umori, delle consistenze e dei suoni; ma un guardare che analizza, misura, soppesa, rischiando spesso di perdere l&#8217;attimo, meraviglioso, dell&#8217;incontro. Inoltre, il primato del vedere diluisce le differenze corporee tra l&#8217;uomo e la donna Occidentali che, disinfettati e deodorati, portano a spasso un abito sempre più confezionato per azzerare il loro corpo, originariamente maschile <strong>o</strong> femminile. </span></p>
<p><span style="font-size: small;">Questo saggio di Le Breton ha il pregio di presentare i sensi corporei nella loro dimensione culturale, fornendo le coordinate per la comprensione dei popoli con cui sempre più spesso noi Occidentali veniamo in contatto; vista, udito, tatto, olfatto e gusto ( oltre ad una opportuna e &#8221; divertente &#8221; parentesi riguardante il disgusto ) vengono presentati secondo una logica antropologica attenta a far risaltare quanto la presa sul mondo sia assolutamente legata al vissuto di ogni società, per sua stessa natura diversa dalle altre culture in cui si è venuta diversificando l&#8217;umanità.</span></p>
<p><span style="font-size: small;"> </span></p>
<p><span style="font-size: small;"> </span></p>
<p><span style="font-size: x-small;"> </span></p>
<p><span style="font-size: x-small;"> </span></p>
<p><strong> </strong></p>
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		<title>Corpo a corpo, I parte</title>
		<link>http://www.eccehomo.it/2010/12/corpo-a-corpo-i-parte/</link>
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		<pubDate>Sun, 05 Dec 2010 16:18:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Faccin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Un libro per ogni stagione]]></category>
		<category><![CDATA[linguaggio]]></category>
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		<description><![CDATA[ 
Tatto e linguaggio
il corpo delle parole.
M. Mazzeo
14 x 21, pag. 287
Editori Riuniti &#8211; Roma &#8211; 2003
 
Entrare in contatto.
Se vivere è muoversi, toccare è vivere.
Marco Mazzeo ha il merito di ri-portare al centro della nostra indagine il tatto, nella sua duplice manifestazione di attività somestesica ( la pelle ) e aptica ( la mano ), guidandoci alla comprensione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong><span style="font-size: medium;">Tatto e linguaggio</span></strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong><span style="font-size: medium;">il corpo delle parole.</span></strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong>M. Mazzeo</strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong>14 x 21, pag. 287</strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong>Editori Riuniti &#8211; Roma &#8211; 2003</strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: left;">Entrare in contatto.</p>
<p style="text-align: left;">Se vivere è muoversi, toccare è vivere.</p>
<p style="text-align: left;">Marco Mazzeo ha il merito di ri-portare al centro della nostra indagine il tatto, nella sua duplice manifestazione di attività somestesica ( la pelle ) e aptica ( la mano ), guidandoci alla comprensione di quello che, tra le facoltà umane, è sicuramente il senso più dimenticato. </p>
<p style="text-align: left;">Stazione eretta e nuovo equilibrio sempre instabile, corpo nudo e sovraesposizione agli stimoli, mani senza compiti percettivi prefissati e capaci di costruire un mondo, ci differenziano dal resto del mondo animale; una nascita precoce seguita da un&#8217;infanzia prolungata permettono poi l&#8217;apprendimento della vita del piccolo di uomo, capace di integrare tra loro i vari sensi in maniera estremamente efficace. <span id="more-138"></span> Il corpo umano, che va così definendosi, manifesta innanzitutto le corrette dimensioni e forme per poter parlare: il linguaggio nasce grazie alla presenza di un corpo di giusta misura, esposto all&#8217;ambiente in un determinato modo, quasi a protezione dal profluvio degli stimoli che arrivano sulla pelle. Ma parlare non basta ( &#8221; vieni più vicino &#8221; ), ed ecco che il linguaggio apre a sua volta a nuove dimensioni di contatto, questa volta più ludiche, estetiche, emotive.</p>
<p style="text-align: left;">Il tatto come condizione indispensabile per stare al mondo ( si può essere ciechi ma non senza corpo ), vero motore dello sviluppo umano, di un corpo sempre troppo immaturo in cui la scarsa specializzazione dell&#8217;esperienza tattile costituisce l&#8217;elemento chiave di una relazione ad incastro tra mancanze biologiche e rimedi culturali. </p>
<p style="text-align: left;">Ma siamo proprio sicuri  che, come vuole il pensiero di Mazzeo ( e quello fenomenologico ),  quello umano sia un corpo immaturo? </p>
<p style="text-align: left;">Un infante immaturo muore.</p>
<p style="text-align: left;">Marco Mazzeo illustra efficacemente l&#8217;inconsistenza di un certo darwinismo elementare ,che dimostra la sua insufficenza  quando si cerca di utilizzarlo tout-court per la comprensione dell&#8217;evoluzione della specie umana: la nostra effettiva vulnerabilità rispetto alle altre specie viventi fa di noi uomini un&#8217;entità incomprensibile se misurata in termini di efficenza ed efficacia biologica: nudi, lenti, disarmati, nati prematuramente, siamo assolutamente degli esseri bisognosi. In poche parole, dovremmo essere estinti da molto tempo.</p>
<p style="text-align: left;">Ma proprio quando potrebbe osare il cambio di passo e collocare la specie umana all&#8217;apice evolutivo dei sistemi viventi, non per una non meglio comprensibile intelligenza superiore rispetto alle altre forme di vita, quanto piuttosto per il compiuto percorso umano verso la conquista dello spazio corporeo e del tempo vitale, l&#8217;autore sembra risentire ancora di un certo pensiero platonico, che legge la vicenda umana come qualcosa di comunque tragico, invece di scorgervi i segni della sua grandezza e del suo destino, quello della conquista dell&#8217;universo.</p>
<p style="text-align: left;">In secondo luogo, anche questo autore evita di approfondire la dimensione percettiva umana per  quel che concerne i suoi due aspetti maschile e femminile collocandosi, analogamente all&#8217;approccio psicologico generale, nel solco degli studiosi che considerano sovrapponibile il <strong><em>sentire</em></strong> dell&#8217;uomo e quello della donna: errore madornale, che impedisce in ultima istanza di comprendere la corporeità proprio a partire dal vissuto specifico dell&#8217;essere umano che è, <strong><em>per sua natura</em></strong>, dell&#8217;uomo <strong><em>e</em></strong> della donna.</p>
<p style="text-align: left;">Avremo modo di approfondire questi concetti, godiamoci per ora la lettura di questo saggio estremamente interessante. </p>
<p style="text-align: left;"> </p>
<p style="text-align: left;"> </p>
<p style="text-align: left;"> </p>
<p style="text-align: left;"> </p>
]]></content:encoded>
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		<title>Il Cristianesimo ed il corpo: dal sospetto alla psicologizzazione?</title>
		<link>http://www.eccehomo.it/2009/07/il-cristianesimo-ed-il-corpo-dal-sospetto-alla-psicologizzazione/</link>
		<comments>http://www.eccehomo.it/2009/07/il-cristianesimo-ed-il-corpo-dal-sospetto-alla-psicologizzazione/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 22 Jul 2009 16:07:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Faccin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Un libro per ogni stagione]]></category>
		<category><![CDATA[corpo]]></category>
		<category><![CDATA[cristianesimo]]></category>
		<category><![CDATA[esperienza]]></category>

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		<description><![CDATA[Dal Vangelo di Marco ( 65-70 d.c. ):
&#8220;E mentre essi mangiavano, preso del pane, benedicendo
lo spezzò, e diede loro e disse: Prendete, questo è il mio corpo.&#8220;
Dio che si fa corpo, e poi corpo che si spezza per tutti.
Gesto inaudito, che sacralizza il corpo, liberandolo dalla prospettiva tragica del pensiero Ellenistico, dalle spiritualizzazioni impossibili della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dal Vangelo di Marco ( 65-70 d.c. ):<br />
&#8220;<em>E mentre essi mangiavano, preso del pane, benedicendo<br />
lo spezzò, e diede loro e disse: Prendete, questo è il mio corpo.</em>&#8220;</p>
<p>Dio che si fa corpo, e poi corpo che si spezza per tutti.</p>
<p>Gesto inaudito, che sacralizza il corpo, liberandolo dalla prospettiva tragica del pensiero Ellenistico, dalle spiritualizzazioni impossibili della cultura Indiana, dalla ricerca dell&#8217;equilibrio perfetto dei saggi Cinesi, dalla necessità di venire a patti con la natura che emerge dal “ Sud ” e dal “ Nord ”del mondo.<br />
<span id="more-48"></span></p>
<p>Corpo sacro, corpo finalmente umano.</p>
<p>L&#8217;annuncio evangelico travolge l&#8217;apparente stabilità dell&#8217;Impero Romano, facendolo diventare improvvisamente vecchio, superato: abolendo l&#8217;aborto e l&#8217;infanticidio, rifiutando l&#8217;omosessualità come pratica pur accogliendo ogni persona come un fratello, dividendo il potere politico da quello religioso, prendendosi cura di chiunque fosse nell&#8217;indigenza, le nascenti comunità cristiane gettarono le basi di quel sistema sociale in cui noi tuttora ci riconosciamo.</p>
<p>Più ancora, il mondo antico fu sconvolto dall&#8217;introduzione di un sia pur embrionale concetto di parità tra l&#8217;uomo e la donna: gli antropologi ci insegnano che in nessuna società, in nessuna religione ( né prima né dopo il cristianesimo ) l&#8217;accoglimento di un nuovo nato è identico sia per il maschio che per la femmina. In nessuna società e in nessuna religione ( né prima né dopo il cristianesimo ) la fedeltà coniugale reciproca viene posta sullo stesso piano della fedeltà al proprio Dio.</p>
<p>Veri e propri riti di iniziazione moderni, battesimo e fedeltà coniugale permisero lo sviluppo dei concetti di parità dei diritti nella famiglia e quindi nella società.</p>
<p>Eppure, all&#8217;interno delle stesse comunità cristiane e prima ancora che i Vangeli vengano scritti, il concetto di corporeità muterà velocemente, divenendo presto un peso da portare piuttosto che la manifestazione del divino.<br />
La gioiosità incontenibile che emergeva festosa tra i primi fedeli ( le nascenti comunità cristiane terminavano le cerimonie con il bacio d&#8217;amore tra uomini e donne, molti cadevano in estasi ) viene rapidamente repressa. La donna, in particolare, viene “invitata” a liberarsi di tutto ciò che può “distrarre” l&#8217;uomo dalla ricerca di Dio.</p>
<p>Scrive infatti S. Paolo, alcuni anni prima della stesura dei Vangeli:<br />
- “ La donna impari in silenzio, con perfetta sottomissione. Non permetto alla donna d&#8217;insegnare, né di dominare sull&#8217;uomo, ma che stia in silenzio ” ( I lettera a Timoteo ).<br />
- “ Le donne siano soggette ai loro mariti come al Signore, poiché l&#8217;uomo è capo della donna come anche il Cristo è capo della chiesa, lui, salvatore del corpo ” ( Lettera agli Efesini ).<br />
- “ E&#8217; cosa buona per l&#8217;uomo non avere contatti con donna ” ( I lettera ai Corinzi ).<br />
- “ Colui che sposa la sua vergine fa bene, e chi non la sposa fa meglio “ ( I lettera ai Corinzi ).<br />
- “ Anche le donne anziane abbiano un comportamento quale si addice ai santi (…) per insegnare alle giovani a essere sagge, ad amare i loro mariti e i loro figli, a essere prudenti, caste, attaccate ai loro doveri domestici, buone, sottomesse ai loro mariti, perchè non sia vituperata la parola del Signore ” ( Lettera a Tito ).</p>
<p>Il corpo diviene “ qualcosa da salvare “, se si tratta del corpo dell&#8217;altro, del peccatore; “ qualcosa da abbandonare “ se si tratta del corpo proprio, soprattutto per quel che riguarda l&#8217;impulso alla relazione.</p>
<p>Pochi decenni più tardi, Clemente Alessandrino potrà scrivere: “ gli uomini (…) devono odorare non di profumi ma di bellezza e bontà, e la donna emani il profumo del Re, cioè di Cristo, non quello di polveri e unguenti: sia unta sempre del carisma immortale della castità e si rallegri del santo unguento che è lo spirito “ ( Il pedagogo, II, 65.2 &#8211; II secolo d.c. ).</p>
<p>Rimosso anche il più carnale dei sensi, quello legato alla sensualità, il corpo diviene figura di qualcos&#8217;altro, un “ essere peccatore “ per eccellenza; la liberazione <strong>del</strong> corpo dalle sue paure attuata dall&#8217;annuncio evangelico diverrà rapidamente fuga <strong>dal</strong> corpo da parte di una presunta anima, in ciò stesso contraddicendo l&#8217;esperienza terrena del Nazzareno.</p>
<p>Il corpo viene diviso in due: il corpo del religioso, perfetto perchè teso verso Dio; e il corpo del laico, “ debole “ per natura, “ abbruttito “ dal desiderio della relazione con l&#8217;altro sesso.</p>
<p>Eppure, proprio nella relazione emerge in tutto il suo spessore la differenza tra l&#8217;essere umano e gli altri animali: praticamente privo di istinti fin dal momento del concepimento, l&#8217;uomo costruisce il proprio mondo facendone esperienza.<br />
Con un arto superiore che, attraverso la mano, è capace di muoversi a 360° nello spazio, con un arto inferiore che, attraverso il piede, gli permette di spostarsi su tutti i piani, con i sensi disposti ad afferrare qualunque impulso, con una struttura respiratoria modellata per l&#8217;attività fonatoria e un apparato genitale capace di qualunque movimento indipendentemente dalle necessità riproduttive, il corpo umano si distacca dal resto del mondo animale, che è invece costretto a vivere in funzione della propria natura.<br />
Anche i mammiferi geneticamente a noi più “ simili “, al posto della mano hanno una zampa, al posto del piede una appendice prensile. Con i sensori relati al proprio specifico ambiente, vincolate all&#8217;utilizzo del sistema fonatorio e di quello riproduttivo in funzione dell&#8217;istinto, anche le scimmie rimangono quello che sono, animali.</p>
<p>Solo l&#8217;essere umano deve continuamente scegliere il proprio modo di essere al mondo, selezionando, dal profluvio di segnali a cui viene sottoposto e dalla varietà infinita delle azioni che è in grado di effettuare, l&#8217;atto che risulta essere più opportuno per vivere.<br />
In questo senso, l&#8217;annuncio evangelico della risurrezione, orientando il corpo verso Dio, lo rende sacro già qui sulla terra.<br />
Scoperta meravigliosa, la consapevolezza del proprio destino libera l&#8217;uomo dalla paura della fine, permettendogli finalmente di vivere la vita, piuttosto che cercare di scampare alla morte.</p>
<p>Ma è una gioia che dura un attimo.<br />
Subito dopo, rifiutando la corporeità del vivere, la fede diverrà religione, istituzione, repressione.</p>
<p>E oggi?<br />
Che cos&#8217;è il corpo, per il cristiano del III millennio?</p>
<p>Dopo che un Papa, pur tra mille reticenze, è riuscito a chiedere scusa per gli errori commessi nel passato, si può dire sia evangelicamente risolta la molto poco evangelica diatriba che da sempre ha contrapposto lo “ spirito alla carne ”?</p>
<p><strong>Tredimensioni ( Ancora editore, f.to 240&#215;170, circa 110 pag., quadrimestrale )</strong> è una splendida rivista, nata pochi anni fa con il preciso scopo di “ studiare la personalità umana secondo un approccio di psicologia del profondo nel quadro dell&#8217;antropologia cristiana “ ( dal primo editoriale, 2004 ). Il tentativo è quindi quello di proporre utili strumenti psicologici e spirituali per chi si occupa di formazione e di educazione della persona, con un occhio di riguardo per chi si prepara ad essere consacrato religioso.</p>
<p>Gli articoli presentati spaziano dall&#8217;approfondimento in chiave psicologica delle varie età della vita, allo sviluppo della dimensione spirituale dell&#8217;individuo, per approdare finalmente al concetto di corporeità, analizzato da molteplici punti di vista.</p>
<p>Citando il titolo di alcuni articoli:<br />
- Il contatto corporale nella relazione di aiuto.<br />
- Alla ricerca di un rapporto riconciliato uomo-donna e marito-moglie.<br />
- Dio e il corpo.<br />
- Il senso dei sensi.<br />
- Corpo, piercing e tatuaggio.<br />
l&#8217;attenzione alla corporeità è evidente.</p>
<p>Eppure, leggendo questi articoli si avverte la sensazione di essere di fronte alla presenza di un concetto-base, costantemente ripreso ad ogni pagina: il corpo c&#8217;è per andare – fare qualcos&#8217;altro, da qualche altra parte, in qualche altro posto. Altrove.</p>
<p>Ne risulta una corporeità che punta verso l&#8217;Alto, ma ha perso per strada l&#8217;altro, di cui si occupa in quanto bisognoso, non in quanto “ altro da me “.</p>
<p>Se uomo è colui che si erge ( … e donna è colei che attrae?&#8230;. ) ed entra in relazione donandosi, allora il religioso, avendo scelto di andare oltre il corpo per entrare in comunione con Dio, si pone in un&#8217;altra dimensione rispetto al laico, chiamato invece alla progressiva incarnazione in sé stesso attraverso la fusione con l&#8217;altro da sé:<br />
“ <em>e i due saranno in una carne sola</em> “ ( vangelo di Marco, 10,8 )</p>
<p>La relazione con il divino del religioso si concretizza nell&#8217;aiuto ai fratelli, ma rimane comunque di là da venire, figura appunto di qualcos&#8217;altro ( il regno dei cieli ) rispetto alla relazione carnale, concreta, nel “qui e ora “, a cui è chiamato il laico.</p>
<p>Così, nonostante le buone intenzioni:</p>
<ul>
<li>il rapporto uomo – donna ( Tredimensioni, anno I, 1-2004; anno V, 2-2008 ) viene analizzato da un supposto versante affettivo, essendo ogni riferimento alla attrazione di base ( penetrare, essere penetrata ) semplicemente ignorato, demandato ad altre discipline, in primis la medicina. Questo tipo di analisi, ampiamente diffuso in ambito religioso, che considera <strong>istintivo</strong> ciò che invece per l&#8217;essere umano è assolutamente <strong>esperienziale</strong>, spiega ad esempio molto bene come nei corsi per fidanzati, organizzati per preparare il matrimonio cristiano, la tematica sessuale venga ormai affrontata solo dal medico: la relazione è diventata una malattia !</li>
<li>il corpo è l&#8217;entità a partire dalla quale tutto si dipana, ma è una entità comunque da superare ( Tredimensioni, anno IV, 2-2007), nonostante l&#8217;ammissione del concetto di corpo quale luogo da cui l&#8217;Io può dotarsi di una identificazione e individualità personale ;</li>
<li>L&#8217;Io ha un corpo ( Tredimensioni, anno V, 2-2008 ), e non quell&#8217;Io è quel corpo .</li>
</ul>
<p>“Affascinato “ dalla grazia di Dio, il religioso ne cerca la presenza e vuole donarsi a Lui. Potremmo dire che “ <strong>è un corpo in attesa</strong> “ di donarsi a Dio.</p>
<p>Per arrivare a questo, il cristianesimo si è dotato di una serie di strumenti pedagogici assolutamente inadatti al laico, il quale invece diviene il proprio corpo a mano a mano che “ fa esperienza “ del corpo dell&#8217;altro.</p>
<p>Purtroppo, tanta formazione religiosa ha preteso ( e pretende ) di utilizzare gli strumenti sviluppati per il clero anche per i laici, con il risultato di far apparire superabile, non essenziale e alla fin fine brutto tutto ciò che abbia a che fare con la corporeità.</p>
<p>Tredimensioni ha il merito di affrontare la dimensione della corporeità lasciandosi finalmente alle spalle la millenaria diffidenza ecclesiastica nei confronti del corpo, che tante sofferenze ha causato a tutti noi; rimane però ancora lontana dal riuscire a dar voce al laico che vive la propria dimensione umana fondendosi letteralmente con chi è altro da sé.<br />
Il corpo di cui si occupa la rivista è il corpo del religioso, il quale ne controlla le espressioni vitali in vista di un fine trascendente; in questo senso, l&#8217;accostamento della dimensione psichica a quella spirituale rappresenta il passaggio necessario per pervenire alla sublimazione della tensione verso l&#8217;altro da sé.</p>
<p>Il laico, invece, diviene sé stesso a mano a mano che fa esperienza ( nel senso di far proprio, fondendosi ) di tutto ciò che il religioso accoglie ma con il quale non entra in comunione: l&#8217;odore, il sudore, gli umori corporei, le lassità o rigidità, le forme, i sospiri, l&#8217;abbandono.</p>
<p><strong>Nel continuo assaporare l&#8217;esistenza dell&#8217;altro da sé, l&#8217;uomo si scopre corpo.</strong></p>
<p>A quando una pedagogia dell&#8217;amore coniugale, che evangelicamente aiuti l&#8217;uomo a divenire ciò che è: <strong>il perno, colui che si erge e apre il passaggio dell&#8217;amore, amore egli stesso?</strong></p>
<p><strong>Quando?</strong></p>
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		<title>Strumenti di bordo</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Oct 2008 16:00:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Faccin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[stazione eretta]]></category>
		<category><![CDATA[Tatto]]></category>
		<category><![CDATA[tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[viaggio]]></category>

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		<description><![CDATA[Strumenti di bordo
Dopo questi primi anni di “viaggio”, è forse opportuno effettuare un bilancio di quanto finora scoperto, per poi ripartire più consapevolmente verso altri mari, ed altri uragani.

Io sono il mio corpo, il mio corpo sono io.
Modellato nel suo svilupparsi da spinte genetiche e ambientali, il corpo è strutturato per puntare verso l’alto ( [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Strumenti di bordo</strong></p>
<p>Dopo questi primi anni di “viaggio”, è forse opportuno effettuare un bilancio di quanto finora scoperto, per poi ripartire più consapevolmente verso altri mari, ed altri uragani.<br />
<span id="more-45"></span></p>
<p><strong>Io sono il mio corpo, il mio corpo sono io.</strong></p>
<p>Modellato nel suo svilupparsi da <strong>spinte genetiche e ambientali</strong>, il corpo è strutturato per <strong>puntare verso l’alto</strong> ( siamo gli unici esseri viventi bipedi, la struttura dei nostri sistemi neurovegetativi – i chakra del pensiero Indiano – rimanda ad un modello verticale, che dai piedi e dal bacino sale verso la testa ), e per <strong>andare verso l’altro</strong> ( la nostra coordinazione motoria segue un andamento complesso – i meridiani scoperti dai saggi Cinesi – che estrinseca all’esterno, sulla pelle, le continue variazioni energetiche e funzionali degli organi interni ).</p>
<p>La <strong>forza</strong> che ci è stata donata per affrontare l’esistenza ha un limite, e va consumandosi col passare degli anni; nell’espressione della sessualità ne possiamo scorgere le variazioni ed indovinarne il punto di consunzione.</p>
<p>Abitiamo un mondo sempre più <strong>tecnologico</strong>, dove per tecnologico si intende il modo unicamente umano di modificare l’ambiente naturale per costruirne uno a propria misura, stante l’estrema vulnerabilità del nostro organismo rispetto a quello degli altri esseri viventi.</p>
<p>Ma questa tecnologizzazione progressiva comporta un paradossale impoverimento dell’andare verso l’altro e del puntare verso l’alto, cioè del modo umano di vivere. La vita e la morte, il sesso e l’ascesi, il lavoro e le feste, il tempo e lo spazio, che dal corpo del primitivo si irradiavano e prendevano forma <strong>scambiandosi</strong> incessantemente, nel tempo moderno sopravvivono come entità autonome e perciò inumane, per cui la vita diventa una realtà assoluta che si contrappone alla morte, come la sessualità alla spiritualità ecc., con l’unico risultato che la nostra società, apparentemente gaudente, gronda di realtà tragiche, mentre viviamo una esistenza “ pornografica “ che ci ha tolto il piacere dello spirito; dove il lavoro è divenuto fatica da sopportare in attesa del giorno di festa, mentre non abbiamo più tempo e non sappiamo più far spazio, né per noi né per gli altri.</p>
<p>E’ la fine della <em>società dello scambio</em>, tanto cara alle popolazioni primitive, e l’inizio della <em>società del valore</em>, sempre troppo grande, troppo lontano, impossibile da raggiungere compiutamente.</p>
<p><strong>Questa è la malattia dell’Occidente: tutto ha un valore, ed in quanto vale è misurabile: ergo, è vero solo ciò che si può misurare.</strong></p>
<p>La progressiva egemonia del sapere razionale a scapito dell’inaridirsi della sapienza emotiva inizia fin dal primo apparire del genere umano, come tentativo di circoscrivere e contenere i disagi del vivere, per poi finire con il ridurre tutta la vicenda umana a qualcosa di contabilizzabile, spingendo ai “ margini “ tutto ciò che è personale, individuale, unico, a favore di una astratta omogeneizzazione dell’esistenza, per renderla in qualche modo controllabile. L’uomo, da essere vivente che punta verso l’alto ( verso l’Altro?) e va verso l’altro, viene ridotto prima a macchina e poi, in tempi recenti, ad “ animale dotato di computer “, e la richiesta di senso ( <em>chi sono io?</em> ) che da sempre ne indirizzava l’esistenza, da espressione di una cultura diviene problema individuale, in ciò stesso nascosto, stato d’animo destinato a venire rimosso in quanto dato emotivo e quindi contrastante con tutto ciò che è misurabile.</p>
<p><strong>Ipertrofia del cognitivo e regressione del sentimento per cui, al paziente che chiede il “ perché “ della malattia, il medico risponde in maniera “ tecnica “ eludendo, attraverso l’uso di argomentazioni apparentemente razionali ma in realtà incomprensibili, la richiesta di senso evocata dal malato. Il risultato, ancor più paradossale, è che nella nostra epoca il dolore, il male, la malattia hanno assunto una dimensione decisamente più grande di quella che avevano in passato, colpendoci non più in maniera palese come succedeva un tempo, ma permeando sottilmente tutta la nostra esistenza: la ricerca di senso, da problema primario che indirizzava la vita, diviene sotterranea angoscia del vivere pronta a riemergere, deflagrando, non appena ci si “ammala “.</strong></p>
<p>Ma la ricerca di senso, in quanto desiderio primario, non può rimanere inevasa: ne cogliamo la presenza dal moltiplicarsi di convegni e ricerche sul tema dell’affettività, piuttosto che sull’importanza sempre maggiore accordata all’empatia nel rapporto con la persona ammalata, per non parlare della frequentazione, da parte di adulti di ogni età, di corsi sulla “ corporeità “ che ormai si possono trovare in ogni palestra sportiva, ecc., ecc..</p>
<p>La scienza vive della sospensione del senso, ed è giusto che sia così; all’inizio del III millennio l’uomo ha a disposizione strumenti tecnologici inimmaginabili rispetto ai propri predecessori per poter vivere più consapevolmente e piacevolmente l’esistenza.</p>
<p>Contemporaneamente, l’approfondimento del proprio “ <strong>sentire</strong> “ gli appare sempre più necessario, non solo per poter meglio immaginare gli effetti del suo fare, ma anche per comprendere più compiutamente il proprio dolore e assaporare pienamente la gioia di vivere.</p>
<p>Quella che è cambiata, rispetto ad un tempo, è la modalità di fare esperienza dei nostri stati affettivi: provare un sentimento o un’emozione, essere travolti da una passione, non sono certo stati del nostro essere dati a priori, è necessario un continuo lavoro di approfondimento personale per portarne alla luce la presenza; ma questo scavare non si manifesta più come un accostarsi paziente alla realtà delle cose per coglierne l’intimità più profonda, quanto piuttosto come un viaggiare veloce tra le esperienze più disparate, cogliendo, da ognuna di esse, lo slancio per andare altrove.</p>
<p><strong>Fare “ surf “ fra le onde della vita</strong>, temendo la profondità di un concetto come un crepaccio che non porterebbe a nulla se non all’annientamento del movimento, e quindi dell’esistenza.</p>
<p>La riconoscenza per essere stati messi al mondo, i vari strati del sentire che ci abitano, la natura anonima e impersonale dell’odio che può sfiorarci, i “ picchi “ di luce e di ombra che dobbiamo attraversare per divenire consapevoli dei nostri sentimenti, divengono realtà a mano a mano che ci mettiamo in movimento e andiamo verso l’altro.</p>
<p>Fare esperienza muovendosi, cioè muovendo il proprio corpo: corpo maschile, corpo femminile.</p>
<p>A questo punto però, anche il filosofo e l’antropologo sembrano confondersi quando, nel descrivere il movimento umano, pongono l’uomo e la donna sullo stesso piano, <em>come se essere fatti in maniera diversa non ci rendesse diversi</em>. Purtroppo, la percezione di sé che più difetta all’uomo moderno è proprio quella di sé in quanto maschio: con un padre spesso assente, immerso in un ambiente effeminato, costretto a contenere la propria originaria foga maschile ( che ovviamente si scaricherà poi in gesti tragici ), l’uomo del III millennio ha un bisogno vitale di sentirsi prima di tutto “ <strong>homo</strong> “, poiché tutto attorno a sé sembra condurlo ad un insensato rimescolamento di generi.</p>
<p>Così, se prima di ogni salto è necessario flettere le ginocchia, ritirandosi apparentemente dal mondo per poi poterci entrare di slancio, così il ritiro nel bosco, <strong>la riscoperta del nostro lato selvaggio</strong> diviene un passaggio essenziale per il formarsi dell’animo umano e per divenire compiutamente uomini.</p>
<p>Odore di resina e di selvatico, rumori lontani portati dal vento, lampi di luce tra le foglie che scoprono bacche saporose, il bosco ci permette di liberare la nostra forza Fallica, il nostro esporci e correre verso il mondo.</p>
<p><strong>Essere maschi significa primariamente essere capaci di ergersi, di puntare in alto, donando se stessi per riappropriarsi della originaria modalità di manifestare un sentimento attraverso il corpo, il nostro corpo, così diverso rispetto a quello della donna.</strong></p>
<p><strong>Orientarsi verso l&#8217;altro carnalmente, fidarsi del proprio corpo, divenire il proprio corpo, con quella riconoscenza per essere stati concepiti e poi messi al mondo che non è mai data a priori, ma va maturata nel tempo, facendone esperienza muovendosi.</strong></p>
<p><strong>Il movimento verso l&#8217;altro da sé come sentimento primario.</strong></p>
<p><strong>Fare esperienza muovendosi. Fermarsi è malattia.</strong></p>
<p><strong>Ora possiamo ripartire.</strong></p>
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		<title>Il corpo orientato: III parte</title>
		<link>http://www.eccehomo.it/2008/05/il-corpo-orientato-iii-parte/</link>
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		<pubDate>Thu, 22 May 2008 15:52:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Faccin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Un libro per ogni stagione]]></category>
		<category><![CDATA[consapevolezza]]></category>
		<category><![CDATA[esperienza]]></category>
		<category><![CDATA[maschio]]></category>

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		<description><![CDATA[ESSERE UOMINI
C. Risè
12,5 x 19, 127 pag.
Edizioni red! – 2002
Che cosa vuol dire &#8220;divenire se stessi&#8221;?
Questa è la domanda che ci sta accompagnando nel nostro viaggio culturale teso alla comprensione della corporeità.
Nella recensione precedente, Claudio Risè aveva reso consapevoli noi maschi della necessità di tornare ad attingere alle forze primordiali della natura per ritrovare sé [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>ESSERE UOMINI<br />
C. Risè<br />
12,5 x 19, 127 pag.<br />
Edizioni red! – 2002</strong></p>
<p>Che cosa vuol dire &#8220;divenire se stessi&#8221;?<br />
Questa è la domanda che ci sta accompagnando nel nostro viaggio culturale teso alla comprensione della corporeità.<br />
Nella recensione precedente, Claudio Risè aveva reso consapevoli noi maschi della necessità di tornare ad attingere alle forze primordiali della natura per ritrovare sé stessi.<br />
Con &#8220;Essere uomini&#8221;, l’autore dà un senso a questa <strong>immersione nel bosco</strong>, necessaria per riscoprire il proprio Fallo ( proprio con la maiuscola, a sottolinearne l’importanza ), che nel suo ergersi simboleggia tutto il vissuto dell’uomo.<br />
<span id="more-42"></span></p>
<p>E, di vera e propria riscoperta si tratta, visto il tipo di società nella quale viviamo, fortemente improntata ad avvolgere l’uomo in un mortifero abbraccio &#8220;mammone&#8221;.</p>
<p>&#8220;<em>L’uomo occidentale è diventato, per ora, più ricco. Ma ha perso la forza e la sicurezza, oltre che il piacere, del proprio fallo, dell’aspetto più profondo, e fondativo della propria identità maschile.<br />
La tragedia dell’Occidente, il suo cupo inabissarsi tra montagne di merci inutili che, divenute subito spazzatura, conquistano alla propria natura di rifiuti il corpo degli umani, quello della terra e degli animali, e le stesse parole e opere artistiche dell’uomo ( divenute ormai merci rapidamente deperibili, trash ), si accelera paurosamente quando l’essere umano, di genere maschile, smette di trasmettere al giovane maschio e al figlio il piacere e il vincolo di donare. Quando la figura paterna, da chiunque rappresentata, cessa di iniziare i giovani maschi all’esercizio più pieno della dimensione fallica e smette di insegnare loro a prendersi cura degli altri e del loro sviluppo</em>&#8221; ( pag. 111 – 112 ).</p>
<p>Inibire, costringere al silenzio la forza fallica, non voler accettare il simbolo di cui il Fallo è portatore, il suo esporsi, lanciarsi, il suo gettare nel mondo la propria energia maschile significa infatti far morire l’umanità intera, che non può sopravvivere quando uno dei due poli nei quali si articola cessa di svolgere il compito per il quale è stato concepito.</p>
<p>Urge una vera e propria educazione ad essere maschi, perché maschi non si nasce, si diventa, passando attraverso continue iniziazioni che hanno il compito di renderci consapevoli della nostra corporeità, di quel nostro essere &#8220;altro&#8221; dal corpo di nostra madre.<br />
Attraverso ripetuti &#8220;tagli di cordone ombelicale&#8221;, il bambino, l’adolescente, il giovane maschio si scoprono portatori di una forza che li aiuta non solo ad andare avanti, ma ad andare in una precisa direzione, in un senso appunto.</p>
<p>&#8220;<em>Scopri allora che la tua vita ha un senso, una direzione, e un interesse, proprio in quanto è la tua propria vita, di te come essere umano, di genere maschile.<br />
Il senso è legato, anche, a quel segno che hai sul tuo corpo.<br />
Che non è un oggetto ridicolo, e non è neppure solo un segno. Ma è proprio un simbolo, quello del Fallo, la rappresentazione massima della forza vitale di cui sei portatore. Il significante massimo, il simbolo dei simboli. Che tu devi imparare a conoscere, di cui devi amministrare il sapere, perché ad esso corrisponde il tuo potere.<br />
Il Fallo ti insegna. Innanzi tutto, quando da pene diventa appunto Fallo, simile a quello graffito nelle caverne o sugli ascensori, e punta verso l’<strong>alto</strong>. E così ti dice subito che il tuo potere specifico, di maschio, non è il potere sugli altri, quello a cui pensano appunto gli schiavi appena liberati. O le donne quando si mettono a fare i maschi: proprio perché il Fallo non ce l’hanno, lo scimmiottano, lo interpretano per ciò che sembra, da fuori, e non per ciò che è, da dentro.<br />
Il potere sugli altri non importa a nulla a te in quanto maschio; lo desideri solo quando diventi insicuro, debole, spaventato.<br />
Ciò che invece importa davvero, e da cui dipende il senso della tua vita, è il <strong>potere su di te</strong>. Il poter far crescere ed esprimere il tuo sapere. O semplicemente le tue qualità: la tua forza, la tua intelligenza, la tua intuizione. Il seme di cui tu sei portatore, in quanto portatore di Fallo, e di cui il mondo può servirsi, nutrirsi. Farlo circolare, scambiare, ma soprattutto <strong>donarlo</strong>. E’ questa la tua vocazione e la tua condanna</em>&#8221; ( pag. 24 ).</p>
<p>Essere maschi significa primariamente essere capaci di ergersi, di puntare in alto, donando se stessi.</p>
<p>Ma <strong>sollevare la testa e donare</strong> sono due gesti che fanno a pugni con la società moderna: <em>( nella nostra società ) non puoi avere come simbolo il Fallo, la cui forza psichica rappresenta energia gettata, donata, sparsa senza calcolo, ed essere avido e avaro, come deve essere l’homo oeconomicus teorizzato da Adam Smith, l’eroe calcolatore del capitalismo trionfante. Per passare dall’antieconomica generosità fallica all’avarizia liberista, devi prima far fuori quel simbolo ingombrante, il Fallo, appunto</em> ( pag. 27 ).</p>
<p>Così, il Fallo è stato retrocesso a semplice pene, entità anatomica apparentemente certa, in realtà appendice corporea svuotata di ogni forza propria.<br />
Il bombardamento continuo di immagini erotizzanti, la natura esplicitamente pornografica di gran parte della pubblicità hanno lo scopo di azzerare la dimensione carnale del nostro vivere, per sostituirla con una realtà virtuale, &#8220;pensata&#8221; e, in quanto tale, finta.<br />
All’interno di questa realtà virtuale, noi ci muoviamo ormai non più come donatori di senso, ma come lavoratori – consumatori, che lavorano sempre di più per poi consumare sempre di più.</p>
<p>I nuovi schiavi, senza nemmeno la coscienza di essere tali.</p>
<p><strong>Ma come è potuto accadere questo?</strong></p>
<p>Claudio Risè descrive molto bene il cammino percorso negli ultimi duecento anni dal maschio occidentale, costretto ad abbandonare i propri simboli per divenire un’appendice della “ macchina “ che si era illuso di poter governare, divenendo il maschio pene-portafoglio-automobile, quello che si vergogna di essere se stesso.</p>
<p>Né le cure a cui si è rivolto sembrano averlo aiutato:</p>
<p>- non gli basta l’approccio psicoterapeutico ( cfr. primavera 2004 A. Miller ), perché tutte le terapie del pensiero si sviluppano a partire dalla divisione mente – corpo, mentre mai come oggi l’uomo avverte di essere uno e indivisibile;</p>
<p>- percepisce insufficiente l’aiuto filosofico ( autunno 2004, U. Galimberti ) perché, pur superando finalmente ogni dualismo, il filosofo moderno quando parla dell’uomo evita di avventurarsi in ciò che differenzia il maschio dalla femmina, descrivendo un’umanità apparentemente sola con sé stessa, prigioniera della cultura da essa stessa creata;</p>
<p>- nemmeno l’oriente offre una risposta esaustiva, stretto com’è tra la spinta a fuggire dal mondo proposta dalla cultura dell’ India ( primavera 2005 ) e la continua ricerca di un equilibrio impossibile, propria del pensiero Cinese ( autunno 2005 ).</p>
<p>Prigioniero di pulsioni mal gestite ( primavera 2006, &#8220;Il ventre, la danza e il tantra&#8221; ) e necessità del mondo tecnologico ( autunno 2006, &#8220;Psiche e techne&#8221; ) , l’uomo moderno sta divenendo rapidamente un androgino zombie.<br />
<strong><br />
Ma, ritrovare sé stessi è possibile, a patto di riappropriarsi della originaria diversità esistente tra maschio e femmina, con il loro diverso modo di sentire, di provare un sentimento: il sentimento come base dell’essere, come modalità principale per viaggiare nel mondo ( primavera 2007, R. De Monticelli, A. Baricco ), che nasce, si sviluppa e permette all’essere umano di guardare in faccia il proprio lato selvatico ( autunno 2007, C. Risè ).</strong></p>
<p><strong>Il corpo come manifestazione del sentimento.</strong></p>
<p><strong>Ritrovare sé stessi per orientarsi verso l’altro.</strong></p>
<p>Ritrovare se stessi, per noi maschi, significa ritrovare il proprio fallo, anzi, il Fallo:</p>
<p>- perchè ci insegna concretamente, e carnalmente, a puntare in alto rimanendo saldamente ancorati alla terra;</p>
<p>- perchè ci mette di fronte alla nostra forza, per sua natura altalenante e bisognosa di pause, prima di lanciarsi verso nuove sfide;</p>
<p>- perchè risveglia in noi la figura dell’errante, del nomade, che silenziosamente ci libera dai legami del consumistico mondo in cui viviamo;</p>
<p>- perchè fa emergere in tutto il suo splendore il guerriero che è in noi, che magari nel suo impeto sbaglia, ma che ci permette di creare, anche attraverso il conflitto, uno spazio di libertà;</p>
<p>- perchè, infine, ci rende consapevoli della capacità donativa maschile, di quel gettare senza riserve il proprio seme nel mondo per farlo germogliare.</p>
<p><strong><em>Orientarsi verso l’altro carnalmente, fidarsi del proprio corpo, divenire il proprio corpo, con quella riconoscenza per essere stati concepiti e poi messi al mondo che non è mai data a priori, ma va maturata nel tempo, facendone esperienza muovendosi.<br />
Muoversi verso il bosco e lì perdersi, liberarsi</em>.</strong></p>
<p><strong><em>Trovare in esso gli odori, i sapori, i rumori, i contatti, le visioni che nutrono il cuore.</em></strong></p>
<p><strong><em>Così da poter guardare in faccia i propri lati oscuri e la solitudine che li accompagna, e sentirsi uomini in cammino, guerrieri erranti pronti a donare la vita, capaci di puntare in alto perché consapevoli della propria forza e del suo destino.</em></strong></p>
<p><strong><em>Il movimento verso l’altro da sé come sentimento primario.</em></strong></p>
<p><strong><em>Fare esperienza muovendosi.</em></strong></p>
<p><strong><em>Fermarsi è malattia.</em></strong></p>
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		<title>Il corpo orientato: II parte</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Oct 2007 15:47:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Faccin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Un libro per ogni stagione]]></category>
		<category><![CDATA[consapevolezza]]></category>
		<category><![CDATA[maschio]]></category>

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		<description><![CDATA[IL MASCHIO SELVATICO
C. Risè
12,5 x 19, 166 pag.
Edizioni red! – 2002
&#8220;Fare esperienza muovendosi.&#8221; Con queste parole si concludeva la recensione precedente ( cfr. primavera 2007 ) cogliendo, nella tensione emotiva che trapelava dagli scritti di Roberta De Monticelli e di Alessandro Baricco, l&#8217;inquietudine di chi cerca di comprendere la trasformazione del senso del corpo a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>IL MASCHIO SELVATICO<br />
C. Risè<br />
12,5 x 19, 166 pag.<br />
Edizioni red! – 2002</strong></p>
<p>&#8220;<strong>Fare esperienza muovendosi.</strong>&#8221; Con queste parole si concludeva la recensione precedente ( cfr. primavera 2007 ) cogliendo, nella tensione emotiva che trapelava dagli scritti di Roberta De Monticelli e di Alessandro Baricco, l&#8217;inquietudine di chi cerca di comprendere la trasformazione del senso del corpo a cui tutti siamo sottoposti, in questo inizio di III millennio.<br />
<span id="more-40"></span></p>
<p>Il cambiamento in corso, che da una parte ci chiama ad approfondire la nostra percezione emotiva ( De Monticelli ) e dall&#8217;altra ci invita a sperimentare la molteplicità delle esperienze corporee garantite dall&#8217;evoluzione tecnologica ( Baricco ) rischia di travolgerci se prima non abbiamo almeno in parte compreso chi siamo.<br />
Per questo abbiamo iniziato, attraverso le recensioni precedenti, un percorso culturale tra le varie società umane, trovando in ognuna di esse la testimonianza del tentativo di comprendere il proprio corpo, cioè noi stessi.<br />
Ovunque, tranne che in Occidente, abbiamo incontrato modelli interpretativi del vivere fortemente chiusi in sé stessi, nei quali ogni attività umana è stata nel tempo rigidamente codificata.<br />
Proprio tale rigidità è risultata essere alla fine il freno allo sviluppo di queste culture, incapaci di adattarsi all&#8217;evoluzione tecnologica.</p>
<p>Così, mentre l&#8217;Occidente, impaurito dal proprio sviluppo, viene sempre più attratto da tutto ciò che in qualche modo si rifà ad una dimensione apparentemente meno tecnica del vivere ( nei decenni scorsi l&#8217;India, poi il sud del mondo; ora è &#8220;in arrivo” la Cina ), il resto della popolazione mondiale va abbandonando le proprie antiche regole per passare dalla cultura tradizionale a quella tecnologica.</p>
<p>A soffrire maggiormente di questo disorientamento sembra essere il maschio Occidentale, stretto tra le richieste dell&#8217;ambiente in cui vive ( cfr &#8220;Psiche e techne&#8221; ) e un sempre più evidente bisogno di re-identificarsi.</p>
<p><strong>L&#8217;uomo del III millennio ha un bisogno vitale di sentirsi prima di tutto maschio, poichè tutto attorno a sé sembra condurlo ad un insensato rimescolamento dei generi.</strong></p>
<p>La figura che è venuta a mancare ( complici due guerre mondiali che hanno ucciso milioni di uomini e uno sviluppo tecnologico senza precedenti che prevede, per il suo funzionamento, la intercambiabilità totale tra maschi, femmine e macchine), è stata quella del <strong>padre</strong>.<br />
La figura che, con la sua sola presenza, colloca il figlio nel mondo, trasmettendogli l&#8217;identità.<br />
Afferma infatti Claudio Risè, in questo suo splendido saggio: &#8221; <em>Non c&#8217;è dubbio che senza la capacità, l&#8217;iniziativa espressa dalle donne negli ultimi quarant&#8217;anni, sia nella famiglia sia nella società, la situazione sarebbe molto peggiore per tutti, a cominciare dai maschi.<br />
Tuttavia ci sono molte cose, indispensabili a una piena vita maschile, che una donna non può trasmettere. Si tratta, in particolare, dell&#8217;istinto maschile, che la donna non ha.<br />
Ci sono donne che hanno insegnato a uomini-bambini a essere coraggiosi, ad avventurarsi nella natura, a girare il mondo, a rischiare per le proprie idee. Che hanno cercato di trasmettere loro le figure interiori del guerriero ( che difende, a rischio della vita, i confini del suo territorio, anche psicologico ), del cacciatore ( che cerca l&#8217;animale, l&#8217;istinto, lo cattura, lo mangia, lo introietta ), dell&#8217;amante ( che ama il femminile nella sua bellezza e diversità, e lo onora ).<br />
Ci sono anche uomini-figli che hanno imparato tutto questo.<br />
Ma nella loro relazione con la propria identità maschile è rimasto un buco che li rende in qualche modo vacillanti. E&#8217; un vuoto pieno di nostalgia, di un amore che non può esprimersi.<br />
L&#8217;amore per il padre che non c&#8217;è stato.<br />
Una figura che silenziosamente, senza parole, con la sola vicinanza fisica, portando il figlio nei suoi luoghi amati, gli trasmetta personalmente le immagini indispensabili affinché la sua vita possa continuare nella gioia: il viaggiatore in terre sconosciute, l&#8217;eremita, l&#8217;amante.<br />
Solo attraverso la trasmissione personale, l&#8217;iniziazione al maschile passata da un uomo all&#8217;altro, il giovane integra in sé, naturalmente, il tono affettivo maschile. Ed entra in sintonia reale e profonda col mondo degli uomini.<br />
Altrimenti la situazione è quella del sogno, descritto da Robert Bly, di un giovane cresciuto in un ambiente dominato da figure femminili. Il giovane sogna di correre in un branco di lupe. Il branco arriva al fiume. Le lupe si sporgono sull&#8217;acqua che riflette la loro immagine. Anche il giovane guarda, ma non vede nulla. La sua identità maschile, nel viaggio con queste donne forti e coraggiose, non ha potuto formarsi: lo specchio della natura non la riflette </em>&#8221; (pag. 129 – 130 ).</p>
<p>Solo un uomo è in grado di trasmettere la propria mascolinità ad un altro uomo: di fronte alla trasmissione esperienziale ( &#8221; di padre in figlio &#8221; ) la divisione mente-corpo e tutte le &#8221; psicologie &#8221; ritrovano la loro giusta collocazione, quella cioè di rappresentare dei modelli interpretativi del nostro vissuto, non il vissuto in toto.</p>
<p>Solo il padre è in grado di fornire al figlio la forza per superare la paura di vivere, &#8221; raccontandogli &#8221; sé stesso, portandolo nel bosco ad attingere alle forze della natura, quelle forze che, da sempre, nutrono la parte selvatica che è in noi.<br />
Queste considerazioni, apparentemente ovvie, vengono poi smentite dalla quotidianità: ogni giorno assistiamo alla rappresentazione di un maschio che ha paura di sé stesso.</p>
<p><strong>Abbiamo paura di venire emarginati all&#8217;interno della società in cui viviamo, facilmente ne diventiamo dipendenti, in una sorta di prolungamento infinito dell&#8217;attaccamento alla figura materna. Al di là della apparente rincorsa al successo e al denaro, ci intimorisce la percezione di dover affrontare delle vere e proprie iniziazioni, a cui la nostra società non ci prepara più.</strong></p>
<p>E così, cullati da un tessuto sociale sempre &#8221; più mammone &#8220;, cominciamo ad aver paura della nostra stessa forza, di quell&#8217;essere <strong>selvatici</strong> che è l&#8217;essenza dell&#8217;essere maschi.<br />
Claudio Risè illustra sapientemente questi concetti dando al lettore, attraverso l&#8217;utilizzo delle saghe medioevali, anche alcuni strumenti per ritrovare sé stesso, a partire dal contatto rinnovato e ritrovato con la natura.</p>
<p>&#8220;<em>Il giovane maschio, specie se inserito in una situazione sociale che preferisce il manierismo alla spontaneità, ha un bisogno vitale di entrare nello spazio fisico e psicologico del selvatico.<br />
Senza questa iniziazione al lato oscuro dell&#8217;energia maschile, l&#8217;uomo soffre di un vuoto.<br />
Che può manifestarsi direttamente in forma di depressione, come accade con sempre maggiore frequenza dall&#8217;inizio degli anni Novanta. Oppure può manifestarsi con i toni e i modi della mania: il maschio &#8221; vuoto &#8221; sarà in questo caso in movimento continuo, per non affrontare mai il buco che sente dentro di sé.<br />
In entrambi i casi l&#8217;uomo soffre di una nostalgia. Il selvatico è lontano, e con lui una parte dell&#8217;energia maschile senza la quale un uomo non può vivere con pienezza la propria esistenza </em>( pag. 79 ).</p>
<p>Il bosco come sistema passante ( cfr. primavera 2007 ), come luogo generante e iniziatico, dove la forza presenta i suoi lati più oscuri, il suo pulsare ritmico e altalenante in cui immergersi fino a ritrovare il proprio OM SELVAREK, il proprio lato selvatico e, attraverso questo passaggio, divenire compiutamente uomini.</p>
<p><strong>Muoversi verso il bosco e lì perdersi, liberarsi.<br />
Trovare in esso gli odori, i sapori, i rumori, i contatti, le visioni che nutrono il cuore.<br />
Così da poter guardare in faccia i propri lati oscuri e la solitudine che li accompagna, e sentirsi uomini in cammino.</strong></p>
<p>Il nostro concetto-guida ( cfr. primavera 2007 ) diventa così:</p>
<p><strong>Orientarsi verso l&#8217;altro carnalmente, fidarsi del proprio corpo, divenire il proprio corpo, con quella riconoscenza per essere stati concepiti e poi messi al mondo che non è mai data a priori, ma va maturata nel tempo, facendone esperienza muovendosi.<br />
Muoversi verso il bosco e lì perdersi, liberarsi.<br />
Trovare in esso gli odori, i sapori, i rumori, i contatti, le visioni che nutrono il cuore.<br />
Così da poter guardare in faccia i propri lati oscuri e la solitudine che li accompagna, e sentirsi uomini in cammino.</strong></p>
<p><strong>Il movimento verso l&#8217;altro da sé come sentimento primario.</strong></p>
<p><strong>Fare esperienza muovendosi. Fermarsi è malattia.</strong></p>
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		<title>Il corpo orientato: I parte</title>
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		<pubDate>Tue, 22 May 2007 15:31:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Faccin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Un libro per ogni stagione]]></category>
		<category><![CDATA[barbari]]></category>
		<category><![CDATA[corpo]]></category>
		<category><![CDATA[emozione]]></category>
		<category><![CDATA[esperienza]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;ORDINE DEL CUORE
R. De Monticelli
14 x 21, 316 pag.
Garzanti Editore – 2004
I BARBARI
A. Baricco
15 x 21, 213 pag.
Fandango Edizioni &#8211; 2006
Ci sono libri che sembrano essere stati scritti per poi venir letti assieme ad altri libri, quasi esprimessero gli stessi bisogni, pur nella palese differenza tematica.
Questo mi sembra il destino de &#8220;L&#8217;ordine del cuore &#8220;e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>L&#8217;ORDINE DEL CUORE<br />
R. De Monticelli<br />
14 x 21, 316 pag.<br />
Garzanti Editore – 2004</strong></p>
<p><strong>I BARBARI<br />
A. Baricco<br />
15 x 21, 213 pag.<br />
Fandango Edizioni &#8211; 2006</strong></p>
<p>Ci sono libri che sembrano essere stati scritti per poi venir letti assieme ad altri libri, quasi esprimessero gli stessi bisogni, pur nella palese differenza tematica.<br />
Questo mi sembra il destino de &#8220;L&#8217;ordine del cuore &#8220;e de &#8220;I barbari &#8220;, due saggi apparentemente lontani uno dall&#8217;altro ( il tentativo di pervenire ad una teoria del sentimento il primo, un&#8217;analisi del modo odierno di fare esperienza il secondo ), accomunati in realtà dallo stesso anelito, la ricerca di un senso della vita.<br />
Il nostro viaggio alla scoperta della corporeità ci ha finalmente condotto ( cfr. &#8220;Psiche e Techne&#8221;, autunno 2006 ) ad un punto fermo: la necessità, per l&#8217;uomo moderno, di approfondire la propria capacità di &#8220;sentire &#8220;le emozioni, le passioni, i sentimenti che lo abitano, per poter poi, una volta orientata la propria vita in funzione di questa particolare capacità percettiva, gestire al meglio l&#8217;ambiente tecnologico da egli stesso prodotto.<br />
<span id="more-37"></span></p>
<p>Tutto è tecnica, non c&#8217;è popolazione umana che non abbia sviluppato un proprio modo tecnico per affrontare il mondo; ma questo comune destino sta avendo, nella sua espressione occidentale moderna degli sviluppi talmente inattesi da portare gli uomini a chiedersi non &#8220;che cosa noi possiamo fare con la tecnica, ma che cosa la tecnica può fare di noi &#8220;, tanto si è allargato il suo dominio sulla vita.<br />
Nè a contenere questa marea montante sembrano più bastare il pensiero occidentale, forte della sua <em>tecnicissima</em> divisione tra corpo e mente o quello orientale, nelle sue espressioni Indiane e Cinesi entrambe tese, anche se per vie diverse, al controllo <em>tecnico</em> della energia vitale.</p>
<p>Neppure la presunta liberazione dei sensi e della corporeità che ci viene dai popoli meno industrializzati sembra bastare, perché le <em>tecniche</em> da essi sviluppate leniscono le nostre paure senza trovarne il senso.</p>
<p>E così, dopo aver frequentato un corso di <strong>Tantra</strong> o uno di <strong>Chi Kung</strong>, aver seguito un <strong>Guru Indiano</strong> o aver ballato con una <strong>danzatrice del ventre</strong>, aver letto <strong>Odifreddi</strong> piuttosto che <strong>Muhammad An-Nafzawi</strong> ci ritroviamo ancora più soli, accanto alla morte che, sorniona, sembra attenderci al varco di ogni nostro malessere. Annota De Monticelli come &#8220;<em>non c&#8217;è dubbio che oggi è soprattutto di questo che avremmo bisogno: di un po&#8217; di luce sopra la nostra frammentaria esperienza morale, ma anche di un po&#8217; di voce articolata o di ragione da dare alla meraviglia, allo sgomento e alla pietà</em>&#8220;.</p>
<p>Ma se questa capacità di rischiarare il nostro vivere passa, come abbiamo ripetutamente sottolineato, attraverso un approfondimento della nostra percezione, allora il sentire un sentimento, il provare un&#8217;emozione, il patire una passione divengono stati del nostro essere assolutamente non dati a priori, quanto piuttosto bisognosi di un continuo lavoro personale teso al portarne alla luce la presenza.<br />
Si può vivere un&#8217;intera esistenza completamente sordi alle percezioni del cuore e, forse, questo è il rischio maggiore a cui siamo esposti in quest&#8217;epoca, tesi tra le nostre capacità cognitive, messe a dura prova dallo sviluppo tecnologico da noi stessi prodotto e le nostre spinte pulsionali, la nostra Energia, che sembra disperdersi sempre più a mano a mano che cerchiamo di possederla.</p>
<p>Manca un ordine, l&#8217;ordine del cuore.</p>
<p>&#8220;<em>La vita affettiva può dunque definirsi come manifestazione di un sentire che è <strong>esperienza</strong> più o meno adeguata di valori nella loro varietà e nella loro importanza, o incidenza personale. In questo senso, non solo gli atti del volere, decisioni, scelte e azioni, ma anche gli stessi fenomeni affettivi che ne stanno alla base, motivandoli: piacere e dolore, benessere e malessere, umori, emozioni, sentimenti, passioni sono da intendersi non come accadimenti della vita psichica, eventi mentali, ma come risposte personali all&#8217;esperienza di valori, risposte che sono insieme manifestazioni ( spesso addirittura scoperte ) di sé, e tappe del farsi uomo</em>&#8221; ( pag. 85 ). Roberta De Monticelli ci guida così, attraverso l&#8217;utilizzo del modello fenomenologico, alla ri-scoperta della nostra capacità di sentire, intimamente connessa all&#8217;essere stati amati fin dal nostro primo apparire nel mondo.</p>
<p>Dalla riconoscenza per questo amore che abita il nostro cuore può iniziare un cammino di approfondimento che, lungi dal perdersi in complicati sofismi intellettuali, si incarna profondamente nella nostra corporeità.</p>
<p>I vari strati del sentire che ci abitano, i &#8220;picchi&#8221; ( di luce e di ombra ) che dobbiamo attraversare per divenire consapevoli dei nostri sentimenti, la natura anonima e impersonale dell&#8217;odio che può sfiorarci, vengono ben analizzati dall&#8217;autrice, con continui rimandi alla concretezza del vivere, fino a far emergere il <strong>nostro movimento primario, quel mettersi in ascolto dell&#8217;altro ( dell&#8217;Altro? ) che ci fa essere pienamente uomini</strong>.</p>
<p><strong>Fare esperienza della vita è possibile a patto di muoversi verso l&#8217;altro</strong>.</p>
<p>Purtroppo, raggiunta questa consapevolezza ( <strong>il movimento prima del pensiero, orientarsi verso l&#8217;altro è vita, rinchiudersi è malattia</strong> ), che sembra spazzare via tutte le infinite contrapposizioni tra mente e corpo che hanno danneggiato il pensiero occidentale, Roberta De Monticelli non trova il coraggio di andare oltre e di approfondire questo &#8220;orientarsi &#8220;, che è, in primis, il gesto della relazione carnale tra un uomo ed una donna che si concretizza nell&#8217;<strong>esperienza</strong> del fare l&#8217;amore. Esita l&#8217;autrice, e si affida nuovamente alla divisione mente – corpo privilegiandone il primo aspetto, facendo così diventare l&#8217;orientarsi verso l&#8217;altro un orientarsi verso un generico &#8220;bene &#8220;.</p>
<p>Così:</p>
<ul>
<li><strong>le emozioni</strong>, da gesti concreti che arrestano il movimento e che si sciolgono in uno scuotimento vegetativo, divengono &#8220;una classe degli affetti &#8220;( pag. 125, ed in questo caso l&#8217;autrice compie un errore scientifico: neurofisiologicamente le emozioni sono gesti );</li>
<li><strong>i piaceri sessuali</strong> vengono ridotti a gesti routinari ( &#8220;sono caratterizzati da una riproducibilità perfetta &#8220;dice De Monticelli, a pag. 148, confondendo il fare l&#8217;amore con la pornografia );</li>
<li><strong>l&#8217;amore</strong> viene confuso con l&#8217;ammirazione, mettendo sullo stesso piano le persone e le opere d&#8217;arte ( pag. 175, pag. 189 ) per poi cadere, inevitabilmente, nel dividere l&#8217;anima dal corpo quando, innalzando il pensiero Platonico a modello ( pag. 241 ), De Monticelli non si avvede del fatto che lo spirito Greco antico non vive con naturalezza il sesso ma, al contrario, usa il sesso ( etero-, omo-, in altri modi ) con gli stessi scopi dei popoli orientali, cioè per chetare gli affanni di un&#8217;anima che si vive ormai prigioniera della carne e che anela al divino.</li>
</ul>
<p><strong>Così l&#8217;eros dei corpi, quello vero, che desidera semplicemente esprimere l&#8217;amore facendolo, viene ancora una volta messo da parte. E alla donna viene un&#8217;altra volta ancora impedito di divenire ciò che è, passaggio per l&#8217;amore; e all&#8217;uomo viene un&#8217;altra volta ancora impedito di divenire ciò che è, colui che apre il passaggio.</strong></p>
<p>Ma questo Roberta De Monticelli lo riconosce a fatica e, se lo fa ( come a pag. 264 ), subito dopo si riattesta sull&#8217;amore estatico ( pag. 279, quando parla dello stato di grazia dei mistici ponendolo in qualche modo all&#8217;apice dei &#8220;modi d&#8217;amore &#8220;), annacquando così tutte le considerazioni sulla felicità che pure emergono, piene di luce, dalle pagine finali del libro.</p>
<p>Un libro che, se da un lato ci permette finalmente di scorgere la continuità che esiste tra il nostro sentire ed il nostro agire, esita poi a fare il passo successivo, quello che ci porterebbe ad approfondire la nostra sessualità, il nostro compiere gesti d&#8217;amore e di odio.<br />
Così, il fare <strong>esperienza</strong> del mondo diviene nuovamente <strong>pensare</strong>, piuttosto che <strong>muoversi</strong>.</p>
<p>Ma che cosa vuol dire fare esperienza oggi?</p>
<p>Alessandro Baricco non ha dubbi: &#8220;<em>l&#8217;esperienza ( oggi ), è qualcosa che ha forma di stringa, di sequenza, di traiettoria: implica un <strong>movimento</strong> che inanella punti diversi nello spazio del reale: è l&#8217;intensità di quel lampo.<br />
Non era così, e non è stato così per secoli. L&#8217;esperienza, nel suo senso più alto e salvifico, era legata alla capacità di accostarsi alle cose, una per una, e di maturare un&#8217;intimità con esse capace di dischiuderne le stanze più nascoste. ( ). Sarà banale, ma spesso i bambini insegnano. Io penso di essere cresciuto nella costante intimità con uno scenario preciso: la noia. Non ero più sfigato di altri, era per tutti così. La noia era una componente naturale del tempo che passava. Adesso prendete un bambino di oggi e cercate la noia, nella sua vita. Misurate la velocità con cui la sensazione di noia scatta in lui non appena gli rallentate il mondo attorno. Lo vedete il <strong>mutante</strong> in erba? Il pesciolino con le branchie? Nel suo piccolo è già come la bicicletta: se rallenta, cade. <strong>Ha bisogno di un movimento costante per avere l&#8217;impressione di fare esperienza</strong></em> ( pag. 95, 96, ecc. ).</p>
<p>I barbari. I barbari, per antonomasia, si muovono, si spostano.</p>
<p>Con il termine &#8220;barbari&#8221; Baricco circoscrive, più che un preciso gruppo umano, un &#8220;sentire&#8221; diffuso legato a questi nostri tempi, nei quali noi adulti ( diciamo chi è nato prima degli anni ‘80 ) si ritrova spiazzato di fronte ad Internet, gli extracomunitari, alle unioni tra persone dello stesso sesso, alla TV spazzatura, ai centri commerciali.</p>
<p>Cresciuti con il mito della fatica che porta al risultato ( o con il suo contrario; in ogni caso il concetto di base è lo stesso, quello di essere impegnati in qualcosa, fosse pure fare niente ), non riusciamo a correre con la stessa velocità del mondo odierno, non lo sentiamo nostro, non sappiamo più farne esperienza. Perché continuiamo ad usare gli stessi strumenti, mentre il mondo è cambiato.</p>
<p>Così cerchiamo, leggiamo, ma gli esperti sembrano non darci l&#8217;aiuto di cui abbiamo bisogno: qualcosa che illumini il senso <strong>da dare al nostro movimento</strong>.<br />
I barbari, loro questo senso sembrano averlo trovato: il senso delle cose non abita una qualche profondità metafisica, non risiede nei depositi di quella struttura mentale che da sempre noi abbiamo chiamato anima; il senso delle cose <strong>è il movimento</strong>.<br />
&#8220;<em>Noi dunque la chiamiamo ancora anima, o la inseguiamo girando attorno al termine spiritualità, e quel che vogliamo tramandare è l&#8217;idea che l&#8217;uomo sia capace di una tensione che lo spinge al di là della superficie del mondo e di se stesso, in un terreno in cui non è ancora dispiegata la totale potenza divina, ma semplicemente respira il senso profondo e laico delle cose, con la naturalezza per cui cantano gli uccelli o scorrono i fiumi, secondo un disegno che forse proviene davvero da una bontà superiore, ma più probabilmente sgorga dalla grandezza dell&#8217;animo umano, che con pazienza, fatica, intelligenza e gusto assolve per così dire al compito nobile di una prima creazione, che rimarrà l&#8217;unica, per i laici, e sarà invece il grembo dell&#8217;incontro finale con la rivelazione, per i religiosi. E&#8217; il paesaggio che la borghesia ottocentesca aveva scelto per sé, intuendo che in un campo del genere non avrebbe potuto perdere. Noi lo abbiamo ereditato con una così sconfinata adesione mentale da scambiarlo per uno scenario perenne, eterno, e intoccabile.<br />
Facciamo fatica a immaginare che l&#8217;uomo possa essere qualcosa di degno al di fuori di quello schema</em>&#8221; ( pag. 121 ).</p>
<p>Loro invece, i barbari, ci riescono: si sono inventati l&#8217;uomo orizzontale.<br />
&#8220;<em>Gli deve essere venuta in mente un&#8217;idea del genere: ma se io impiegassi il mio tempo, la mia intelligenza, la mia applicazione a viaggiare in superficie, sulla pelle del mondo, invece di dannarmi a scendere in profondità? Non è possibile che quanto di vivo c&#8217;è, ad esempio nella nona di Beethoveen, sia ciò che è in grado di viaggiare in superficie, e non ciò che giace in profondità? Avevano davanti il modello del borghese colto, chino sui libri, nella penombra di un salotto con le finestre chiuse, e le pareti imbottite: l&#8217;hanno sostituito, istintivamente, con <strong>il surfer</strong>. Una specie di sensore che insegue il senso là dove è vivo in superficie, e lo segue ovunque nella geografia dell&#8217;esistente, temendo la profondità come un crepaccio che non porterebbe a nulla se non all&#8217;annientamento del <strong>movimento</strong>, e quindi della vita</em>&#8220;.</p>
<p>Ed i nostri figli che, essendo figli, di cose che cambiano se ne intendono, già si comportano da mutanti e, pur essendo costretti dal modello scolastico e culturale a crescere come siamo cresciuti noi, tendono comunque a divenire diversi da noi. Non migliori o peggiori, diversi.</p>
<p>&#8220;<strong>Nel modo più chiaro ce lo fanno capire non appena sono in grado di esibirsi nel più spettacolare surfing inventato dalle nuove generazioni. Il multitasking. Sapete cos&#8217;è? Il nome gliel&#8217;hanno dato gli americani: nella sua accezione più ampia definisce il fenomeno per cui vostro figlio, giocando al game boy, mangia la frittata, telefona alla nonna, segue un cartone alla televisione, accarezza il cane con un piede, e fischietta il motivetto di Vodafone</strong>&#8220;( pag. 98 ). Ricordo ancora i consigli di mio padre, &#8220;fai una cosa alla volta se vuoi farla bene &#8221; ……!</p>
<p>Continua Baricco &#8220;<em> qualche anno ancora e ( vostro figlio ) si trasformerà in questo: fa i compiti mentre chatta al computer, sente l&#8217;I-pod, manda sms, cerca in Google l&#8217;indirizzo di una pizzeria e palleggia con una palletta di gomma. Le università americane sono piene di studiosi che stanno cercando di capire se sono dei geni o dei fessi che si stanno bruciando il cervello. Non sono ancora arrivati ad una risposta precisa. Più semplicemente voi direte: è una nevrosi. Può darsi, ma le degenerazioni di un principio svelano molto di quel principio: il multitasking incarna bene una certa idea, nascente, di esperienza. Abitare più zone possibili con un&#8217;attenzione abbastanza bassa è quello che evidentemente loro intendono per esperienza. Suona male, ma cercate di capire: non un modo di svuotare tanti gesti che sarebbero importanti: è un modo di farne uno solo, molto importante. Per quanto possa sembrare clamoroso, non hanno l&#8217;istinto a isolare ciascuno di quei gesti per compierlo con più attenzione e in modo da cavarci il meglio. E&#8217; un istinto che è loro estraneo. Dove ci sono gesti, vedono possibili sistemi passanti per costruire costellazioni di senso: e quindi esperienza. Pesci, se capite cosa voglio dire</em> &#8220;.</p>
<p>I nostri figli stanno cambiando, stanno mutando il modo di fare esperienza della vita.</p>
<p>D&#8217;altronde anche noi, attraverso questa rubrica, passiamo velocemente da un sistema culturale all&#8217;altro alla ricerca del senso.</p>
<p>Da questo punto di vista, chi come me ha attorno ai 40 anni rappresenta la specie ibrida ( mezzi mammiferi mezzi pesci, direbbe Baricco ), con la testa che funziona come quella dei nostri padri, e le gambe che corrono verso l&#8217;acqua. Perché una cosa è chiara: questa mutazione riguarda tutti, anche se ciò che conosciamo lo definiamo civiltà e quel che ancora non ha nome barbarie, e ne abbiamo paura.</p>
<p>Qui De Monticelli e Baricco trovano un punto di intesa:</p>
<ul>
<li>se il senso delle cose sembra non albergare più in un loro tratto autentico, profondo;</li>
<li>se l&#8217;anima si mostra ora più simile ad un sistema cibernetico a reti interconnesse in cui navigare, seguendo la traccia che ci connette con altri pezzi di mondo;</li>
<li>se, infine, la sorte che ci tocca è quella di immergerci in questa mutazione;</li>
</ul>
<p>allora possiamo salvare ciò che ci è caro del vecchio modo di vivere a patto di lasciarlo decantare nel cambiamento in corso, per salvarlo rinnovato.<br />
Salvarlo nella mutazione, piuttosto che dalla mutazione.</p>
<p><strong>Orientarsi verso l&#8217;altro carnalmente, fidarsi del proprio corpo, divenire il proprio corpo, con quella riconoscenza per essere stati concepiti e poi messi al mondo che non è mai data a priori, ma va maturata nel tempo, facendone esperienza muovendosi.</strong></p>
<p><strong>Il movimento verso l&#8217;altro da sé come sentimento primario.</strong></p>
<p><strong>Fare esperienza muovendosi. Fermarsi è malattia.</strong></p>
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		<title>Partire</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Oct 2006 15:22:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Faccin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Un libro per ogni stagione]]></category>
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		<category><![CDATA[emozione]]></category>
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		<category><![CDATA[nudità]]></category>
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		<description><![CDATA[Umberto Galimberti,
Psiche e Techne
14 x 22 – 812 pag.
Feltrinelli &#8211; 1999
Corpo diviso in Occidente, corpo abbandonato nel continente Indiano.
Corpo sbilanciato nell&#8217;immensa Cina, corpo usato nelle pratiche religiose e salutiste del Sud del mondo.
Il nostro viaggio alla ricerca della comprensione del corpo, iniziato guardando dentro di noi ( cfr. &#8220;Il dramma del bambino dotato e la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Umberto Galimberti,<br />
Psiche e Techne<br />
14 x 22 – 812 pag.<br />
Feltrinelli &#8211; 1999</strong></p>
<p>Corpo <strong>diviso</strong> in Occidente, corpo <strong>abbandonato</strong> nel continente Indiano.<br />
Corpo <strong>sbilanciato</strong> nell&#8217;immensa Cina, corpo <strong>usato</strong> nelle pratiche religiose e salutiste del Sud del mondo.</p>
<p>Il nostro viaggio alla ricerca della comprensione del corpo, iniziato guardando dentro di noi ( cfr. &#8220;Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero sé&#8221; ) e proseguito nello studio dei sistemi culturali messi a punto dalle varie civiltà del mondo, si trova ora ad un primo punto di svolta.<br />
<span id="more-34"></span></p>
<p>Se in ognuna delle culture in cui abbiamo gettato lo sguardo è stato possibile reperire a volte tracce, altre volte modelli compiuti di comprensione della realtà umana, è pur vero che, di questi modelli, quello Occidentale si è dimostrato vincente nell&#8217;ambito dell&#8217;evoluzione tecnologica ed è stato ( o sta per essere ) fatto proprio da tutte le altre culture.</p>
<p>Nel suo insieme, il &#8220;sistema Occidentale&#8221; sembra essere l&#8217;unico sistema sociale possibile, l&#8217;unico capace di garantire un futuro all&#8217;uomo. Se il <strong>fare tecnologico</strong> ha garantito all&#8217;umanità la possibilità di costruirsi un ambiente a propria misura, il mondo tecnologico nel quale noi viviamo è divenuto l&#8217;unico mondo possibile.</p>
<p>Ma un mondo per quale tipo d&#8217;uomo?<br />
Che fine ha fatto il corpo nell&#8217;età della tecnica?</p>
<p>Come marinai sopravvissuti ad una grande burrasca, noi guardiamo agli altri popoli che, ignari, si apprestano a diventare tecnologici, e ne abbiamo quasi compassione, immaginandoli condannati a subire la nostra stessa sorte, quella di chi apparentemente ha perso il contatto con il corpo, cioè con sé stesso.<br />
Forse buona parte della paura di tutto ciò che è &#8220;tecnico&#8221; che va manifestandosi fuori e dentro l&#8217;Occidente, ha nella consapevolezza della possibile perdita della propria identità la sua causa più profonda.<br />
Lo sviluppo tecnologico procede infatti per proprio conto, forte del dogma &#8220;tutto ciò che si può fare si fa&#8221; e l&#8217;uomo, da utilizzatore della tecnica come mezzo per conseguire fini, si scopre ora ingranaggio tra gli ingranaggi, al limite sacrificabile se la &#8220;Macchina&#8221; funziona meglio di lui.</p>
<p>Questo sviluppo inatteso comincia da molto lontano.<br />
Ogni cultura ha portato alla luce un aspetto particolare del nostro essere uomini: la tensione corporea verso il Divino propria del mondo Indiano, l&#8217;equilibrio mutevole della spinta vitale scoperto dai saggi Cinesi, il contatto concreto, carnale con l&#8217;energia libidica conservato come il più prezioso dei tesori dai popoli del Sud del mondo.<br />
<strong>Ma è stato l&#8217;Occidente che ha inventato la coscienza come modello intellettivo che si pone fuori del corpo, come se potessimo staccarci da noi stessi.</strong> Tutta la nostra storia è percorsa dal bisogno del distacco, ma se il monaco Indiano vuole elevarsi per entrare nel Divino, se il saggio Cinese vuole porsi al di sopra per controllare meglio il corpo e lo sciamano usa il corpo per entrare in dimensioni altre, ebbene, solo l&#8217;uomo Occidentale ha cercato di distaccarsi da sé per vivere in eterno. E ha cercato di farlo attraverso la tecnologia.</p>
<p><strong>&#8220;Psiche e techne&#8221;</strong> di Umberto Galimberti affronta in maniera esemplare la riflessione sul destino dell&#8217;uomo nell&#8217;età della tecnica.<br />
Il desiderio di eternità, la consapevolezza della propria diversità rispetto agli altri animali, l&#8217;inferiore capacità istintuale superata dal fare tecnico fino a far diventare il mondo un ambiente artificiale, sono gli ambiti nei quali l&#8217;autore si inoltra, aiutato dalla bussola dell&#8217;indagine fenomenologica.<br />
Il &#8220;corpo tecnologico&#8221; che in questo modo affiora manifesta concretamente la schizofrenia dell&#8217;uomo moderno, massificato dalla moda, sacrificato nei continui processi di evoluzione tecnologica che comportano &#8220;inevitabili&#8221; tagli del personale, privato della propria intimità dalla mancanza di relazioni corporee vere, prima ancora che dal decadimento del senso del sacro.</p>
<p>Eppure, nota Galimberti, <em>ancor oggi l&#8217;umanità non è all&#8217;altezza dell&#8217;evento tecnico da essa stessa prodotto e, forse per la prima volta nella storia, la sua sensazione, la sua percezione, la sua immaginazione, il suo sentimento si rivelano inadeguati a quanto sta accadendo (…). Quanto più si complica l&#8217;apparato tecnico, quanto più fitto si fa l&#8217;intreccio dei sottoapparati, quanto più si ingigantiscono i suoi effetti, tanto più si riduce la nostra capacità di percezione in ordine ai processi, ai risultati, agli esiti, per non dire degli scopi di cui siamo parti e condizioni.<br />
E siccome di fronte a ciò che non si riesce né a percepire né a immaginare il nostro sentimento diventa incapace di reagire, al &#8220;nichilismo attivo&#8221; della tecnica iscritto nel suo &#8220;fare senza scopo&#8221;, si affianca il &#8220;nichilismo passivo&#8221; denunciato da Nietzsche, che ci lascia &#8220;freddi&#8221;, perché il nostro sentimento di reazione si arresta alla soglia di una certa grandezza.<br />
E così da &#8220;analfabeti emotivi&#8221; assistiamo all&#8217;irrazionalità che scaturisce dalla perfetta razionalità (strumentale) dell&#8217;organizzazione tecnica che cresce su sé stessa al di fuori di qualsiasi ordine di senso</em> (pag. 47).</p>
<p>Continuiamo a costruire armi atomiche quando quelle esistenti sono già sufficienti a distruggere il nostro pianeta migliaia di volte.</p>
<p>Insiste Galimberti: <em>il fatto che la tecnica non sia ancora totalitaria, il fatto che quattro quinti dell&#8217;umanità viva di prodotti tecnici, ma non ancora di mentalità tecnica, non deve confortarci, perché il passo decisivo verso &#8220;l&#8217;assoluto tecnico&#8221;, verso la &#8220;macchina mondiale&#8221; l&#8217;abbiamo già fatto, anche se la nostra condizione sentimentale non ha ancora interiorizzato questo fatto, quindi non ne è all&#8217;altezza</em> (pag. 714).<br />
La storia, la religione, l&#8217;etica e la morale arretrano di fronte allo sviluppo tecnologico, e così affonda la nostra ricerca di senso, il nostro bisogno di capire chi siamo.</p>
<p>Cionondimeno, se fuori dall&#8217;operare tecnico non è possibile la vita per l&#8217;uomo, è questo operare che va indagato, per divenire capaci di quell&#8217;ampliamento della capacità di immaginare gli effetti ultimi del nostro <strong>fare</strong> e permettere così all&#8217;uomo di approfondire il proprio <strong>sentimento</strong>, la sua capacità di avvertire la situazione ad un livello antecedente l&#8217;analisi razionale, e di agire e reagire ad essa in base a quanto <strong>percepito</strong>.</p>
<p>Un libro sulla tecnica che termina con l&#8217;esortazione allo sviluppo del <strong>sentire</strong> quale forma ultima per poter ancora consapevolmente affrontare il futuro che ci attende. Un libro splendido.</p>
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		<title>Il corpo al di là dell&#8217;occidente: III parte. Il ventre, la danza, il Tantra.</title>
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		<pubDate>Mon, 22 May 2006 15:05:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Faccin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Un libro per ogni stagione]]></category>
		<category><![CDATA[danza del ventre]]></category>
		<category><![CDATA[emozione]]></category>
		<category><![CDATA[esperienza]]></category>
		<category><![CDATA[tantra]]></category>
		<category><![CDATA[tecnica]]></category>

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		<description><![CDATA[LA DANZA DEL VENTRE
M. Kaiblinger-Ickert e L. Schuhbauer
17 x 22, 130 pag.
Edizioni red! &#8211; 2005
TANTRA, LA VIA DELL&#8217;ESTASI
Elmar e Michaela Zadra
12 x 20, 321 pag.
A. Mondatori Editore – 1997
Occidente, India, Cina, lungo è il viaggio alla ricerca del senso del corpo.
Ma se c’è un sapere corporeo che unisce il mondo intero, questo è sicuramente dato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>LA DANZA DEL VENTRE<br />
M. Kaiblinger-Ickert e L. Schuhbauer<br />
17 x 22, 130 pag.<br />
Edizioni red! &#8211; 2005</strong></p>
<p><strong>TANTRA, LA VIA DELL&#8217;ESTASI<br />
Elmar e Michaela Zadra<br />
12 x 20, 321 pag.<br />
A. Mondatori Editore – 1997</strong></p>
<p>Occidente, India, Cina, lungo è il viaggio alla ricerca del senso del corpo.<br />
Ma se c’è un sapere corporeo che unisce il mondo intero, questo è sicuramente dato dalla danza, nelle sue innumerevoli espressioni.<br />
Luogo dell’abbandono, momento di liberazione dalla tirannia del pensiero, manifestazione di potenza, la danza rappresenta, nella sua spontaneità, la possibilità data all’essere umano di esprimere sé stesso.<br />
Un piacere profondo traspare da chi danza, e questa passione trascina tutto ciò che sta attorno a divenire partecipe dell’evento.<br />
Per approfondire questi concetti ho scelto due saggi apparentemente molto diversi uno dall’altro.<br />
<span id="more-31"></span></p>
<p>LA DANZA DEL VENTRE, testo introduttivo a questa grande modalità espressiva del corpo, ci introduce nei misteri di una danza risalente alla preistoria e ballata un po’ in tutte le coste Africane del Mediterraneo.<br />
Nata come espressione gioiosa della religiosità popolare, fu ripresa dagli Arabi nei secoli della loro espansione e trasformata in danza sensuale, grazie all’approfondimento dell’uso dei movimenti del bacino.<br />
Chi ha avuto la possibilità di assistere allo spettacolo offerto da una ballerina di danza del ventre o, meglio, ha potuto danzare con essa, porta poi dentro di sé la vivida percezione di aver vissuto un momento magico, in cui i movimenti travolgenti sembrano fermare il tempo, circoscrivendo uno spazio vivo e pulsante, sottratto alla morte. Che poi questa danza sia diventata spesso, per le donne che la danzavano, l’unica opportunità per essere rispettate in un mondo fortemente ostile alla affermazione della femminilità come quello mussulmano, non deve stupire più di tanto.<br />
Abbiamo visto ripetutamente ( cfr. le recensioni precedenti ) come la storia umana si nutra di paradossi, e anche l’Africa ed il Medio Oriente non sfuggono alla regola che vuole i contrasti strettamente legati uno all’altro per cui, in una cultura matriarcale, si sviluppa una religiosità a forte connotazione maschile, all’interno della quale la donna ricrea uno spazio per sé mettendo in scena la propria femminilità.</p>
<p>TANTRA, LA VIA DELL’ESTASI è un bel libro che ci permette di approfondire un altro tipo di danza, quella dell’atto sessuale.<br />
Massima espressione della vita, la sessualità è stata utilizzata da culture diverse ( Indiani, Tibetani, Nativi Americani ) come veicolo per una spiritualità profonda.<br />
Se la danzatrice del ventre sospende il tempo creando, attraverso i movimenti dei suoi fianchi, uno spazio sacro che, almeno finchè lei si muove, non può essere violato, il praticante di Tantra cerca di prendere tempo nei confronti della morte, <strong>usando</strong> i movimenti dell’atto amoroso per pervenire ad una sospirata illuminazione e beatitudine. Ma usare qualcosa significa compiere un gesto tecnico, cioè essere ben presenti con la propria ragione, mentre l’atto sessuale vuole abbandono, perdita letterale della coscienza.<br />
Di nuovo, il paradosso che tiene uniti gli opposti.</p>
<p>Espressioni di culture lontanissime dalla nostra, rappresentazioni del desiderio tutto umano di sedare la paura esprimendo la gioia nel movimento, queste danze corrono il serio rischio di venir fortemente banalizzate se non comprese nel loro significato più profondo. Così, la pratica della Danza del Ventre o del Tantra può approdare ad uno sterile uso del corpo, piuttosto che ad una consapevolezza maggiore di sé stessi.<br />
Capita infatti che il praticante occidentale, ignaro delle enormi sofferenze emotive che hanno generato queste espressioni motorie, vi si avvicini come colui che si appresta ad indossare l’abito all’ultima moda o ad acquistare un’auto di lusso.<br />
Basterebbe riflettere, almeno un poco, su quanto l’essenza dell’essere umano possa venir sacrificata nei movimenti in fondo in fondo solitari della Danzatrice del Ventre, o nel “tecnicismo” amatorio del Tantra, per accogliere con molta più cautela modelli espressivi che vanno fatti propri con rispetto.<br />
Ben vengano allora pubblicazioni editoriali come queste, che aiutano a far luce su un “mondo” che sempre più entra a far parte del nostro mondo.</p>
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		<title>Il corpo al di là dell&#8217;occidente: II parte. La Cina.</title>
		<link>http://www.eccehomo.it/2005/10/il-corpo-al-di-la-delloccidente-ii-parte-la-cina/</link>
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		<pubDate>Sat, 22 Oct 2005 14:59:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Faccin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Un libro per ogni stagione]]></category>
		<category><![CDATA[corpo]]></category>
		<category><![CDATA[sessualità]]></category>
		<category><![CDATA[su nu king]]></category>
		<category><![CDATA[tecnica]]></category>

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		<description><![CDATA[SU NU KING
La via della felicità sessuale nella Cina Antica.
commento a cura di Maurice Mussat
17 x 24 – 150 pag.
IPSA Editore – 1991
DAOYIN YANGSHENG GONG
di Zhang Guangde
17 x 24 – 180 pag.
IPSA Editore – 1992
Dopo l&#8217;India, la Cina.
Mutano gli orizzonti, cambia la cultura, si modifica il modello corporeo di riferimento.
Se il mondo occidentale è teso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>SU NU KING<br />
La via della felicità sessuale nella Cina Antica.<br />
commento a cura di Maurice Mussat<br />
17 x 24 – 150 pag.<br />
IPSA Editore – 1991</strong></p>
<p><strong>DAOYIN YANGSHENG GONG<br />
di Zhang Guangde<br />
17 x 24 – 180 pag.<br />
IPSA Editore – 1992</strong></p>
<p>Dopo l&#8217;India, la Cina.<br />
Mutano gli orizzonti, cambia la cultura, si modifica il modello corporeo di riferimento.<br />
Se il mondo occidentale è teso a separare la mente dal corpo ( cfr. &#8220;autunno 2004&#8243; ) e quello Indiano ad oltrepassare il corpo ( cfr. &#8220;primavera 2005&#8243; ), la cultura Cinese fa della ricerca dell&#8217;equilibrio il punto nodale della propria vicenda umana.<br />
<span id="more-28"></span></p>
<p>Il corpo in Cina, così come tutto ciò che esiste nell&#8217;universo, viene vissuto come un continuo alternarsi di fasi energetiche, complementari l&#8217;una all&#8217;altra.<br />
Questa felice intuizione ha sospinto potentemente la scienza Cinese lungo la via della comprensione della corporeità umana, mettendo a nostra disposizione una quantità veramente enorme di conoscenze sulle attività dell&#8217;organismo e sul loro mutuo situarsi, per l&#8217;appunto, in equilibrio.</p>
<p>D&#8217;altro canto, il percepire il corpo come qualcosa di potenzialmente <strong>sbilanciabile</strong>, squilibrabile, ha costretto a volte la Civiltà Cinese a degradare la ricerca dello &#8220;star bene&#8221; a sterile manierismo, a eccessivo controllo delle attività umane.<br />
L&#8217;intuizione diviene nel tempo rigida norma, il muoversi, l&#8217;abitare, perfino il fare l&#8217;amore vengono sottoposti a divieti e permessi che, originariamente tesi al miglioramento del vivere divengono, nel corso dei secoli, vere e proprie gabbie comportamentali.</p>
<p>Tra i tanti testi che illustrano tale evoluzione ho scelto questi due libri, entrambi della IPSA Editore.</p>
<p>SU NU KING è in un certo modo lo specchio fedele di come le conoscenze scientifiche Cinesi, applicate in questo caso alla sessualità, abbiano permesso la comprensione in maniera veramente approfondita delle modalità di relazione &#8220;fisiologica&#8221; dell&#8217;organismo umano nell&#8217;intimità. Queste conoscenze hanno spesso costretto tale relazione nella ritualizzazione eccessiva, pagando così il prezzo della perdita della spontaneità del gesto, divenuto continua ricerca di un equilibrio sempre in procinto di modificarsi.<br />
L&#8217;atto sessuale viene interpretato come un gesto naturale, ma per l&#8217;uomo-yang esso diviene contemporaneamente &#8220;il modo&#8221; per perdere la propria energia a vantaggio della donna-yin attraverso l&#8217;eiaculazione e &#8220;morire&#8221;. Occorre invece far muovere la donna in modo che essa ceda all&#8217;uomo la sua forza.<br />
Vengono così sviluppate e poste in atto una serie di prescrizioni atte a conservare lo sperma, mentre la donna diviene la concubina da usare nella maniera più appropriata.</p>
<p>DAOYIN YANGSHENG GONG vuole essere una guida autorevole alla pratica del Daoyin, vera e propria ginnastica mirata ad influenzare beneficamente gli organi corporei.<br />
Di nuovo, lo sforzo di allungare e tenere in salute la vita viene pagato con il controllo eccessivo delle sue variabili ed il corpo Cinese, lungi dall&#8217;essere un organismo che esprime le passioni di cui è impastato, diviene il corpo del saggio, attento a non disperdere nemmeno una frazione della propria energia.</p>
<p>Corpo diviso in Occidente, corpo oltrepassato in India, corpo sbilanciato in Cina: tre modelli apparentemente lontani uno dall&#8217;altro, che hanno dato vita a tre culture profondamente diverse.<br />
All&#8217;angoscia di morte che accompagna la nostra esistenza, ognuna di queste culture ha dato risposte differenti, cogliendo della corporeità solo alcuni aspetti per farne poi degli assoluti, veri e propri punti di osservazione da cui scrutare il mondo.</p>
<p>Torneremo ovviamente su questa questione, perché tutto ruota attorno alla nostra inevitabile paura di morire.<br />
Per adesso continuiamo il nostro viaggio, godendoci la lettura di questi due splendidi volumi.</p>
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