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	<title>Eccehomo &#187; corpo</title>
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	<description>Ritorno alla vita</description>
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		<title>Il Cristianesimo ed il corpo: dal sospetto alla psicologizzazione?</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Jul 2009 16:07:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Faccin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Un libro per ogni stagione]]></category>
		<category><![CDATA[corpo]]></category>
		<category><![CDATA[cristianesimo]]></category>
		<category><![CDATA[esperienza]]></category>

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		<description><![CDATA[Dal Vangelo di Marco ( 65-70 d.c. ):
&#8220;E mentre essi mangiavano, preso del pane, benedicendo
lo spezzò, e diede loro e disse: Prendete, questo è il mio corpo.&#8220;
Dio che si fa corpo, e poi corpo che si spezza per tutti.
Gesto inaudito, che sacralizza il corpo, liberandolo dalla prospettiva tragica del pensiero Ellenistico, dalle spiritualizzazioni impossibili della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dal Vangelo di Marco ( 65-70 d.c. ):<br />
&#8220;<em>E mentre essi mangiavano, preso del pane, benedicendo<br />
lo spezzò, e diede loro e disse: Prendete, questo è il mio corpo.</em>&#8220;</p>
<p>Dio che si fa corpo, e poi corpo che si spezza per tutti.</p>
<p>Gesto inaudito, che sacralizza il corpo, liberandolo dalla prospettiva tragica del pensiero Ellenistico, dalle spiritualizzazioni impossibili della cultura Indiana, dalla ricerca dell&#8217;equilibrio perfetto dei saggi Cinesi, dalla necessità di venire a patti con la natura che emerge dal “ Sud ” e dal “ Nord ”del mondo.<br />
<span id="more-48"></span></p>
<p>Corpo sacro, corpo finalmente umano.</p>
<p>L&#8217;annuncio evangelico travolge l&#8217;apparente stabilità dell&#8217;Impero Romano, facendolo diventare improvvisamente vecchio, superato: abolendo l&#8217;aborto e l&#8217;infanticidio, rifiutando l&#8217;omosessualità come pratica pur accogliendo ogni persona come un fratello, dividendo il potere politico da quello religioso, prendendosi cura di chiunque fosse nell&#8217;indigenza, le nascenti comunità cristiane gettarono le basi di quel sistema sociale in cui noi tuttora ci riconosciamo.</p>
<p>Più ancora, il mondo antico fu sconvolto dall&#8217;introduzione di un sia pur embrionale concetto di parità tra l&#8217;uomo e la donna: gli antropologi ci insegnano che in nessuna società, in nessuna religione ( né prima né dopo il cristianesimo ) l&#8217;accoglimento di un nuovo nato è identico sia per il maschio che per la femmina. In nessuna società e in nessuna religione ( né prima né dopo il cristianesimo ) la fedeltà coniugale reciproca viene posta sullo stesso piano della fedeltà al proprio Dio.</p>
<p>Veri e propri riti di iniziazione moderni, battesimo e fedeltà coniugale permisero lo sviluppo dei concetti di parità dei diritti nella famiglia e quindi nella società.</p>
<p>Eppure, all&#8217;interno delle stesse comunità cristiane e prima ancora che i Vangeli vengano scritti, il concetto di corporeità muterà velocemente, divenendo presto un peso da portare piuttosto che la manifestazione del divino.<br />
La gioiosità incontenibile che emergeva festosa tra i primi fedeli ( le nascenti comunità cristiane terminavano le cerimonie con il bacio d&#8217;amore tra uomini e donne, molti cadevano in estasi ) viene rapidamente repressa. La donna, in particolare, viene “invitata” a liberarsi di tutto ciò che può “distrarre” l&#8217;uomo dalla ricerca di Dio.</p>
<p>Scrive infatti S. Paolo, alcuni anni prima della stesura dei Vangeli:<br />
- “ La donna impari in silenzio, con perfetta sottomissione. Non permetto alla donna d&#8217;insegnare, né di dominare sull&#8217;uomo, ma che stia in silenzio ” ( I lettera a Timoteo ).<br />
- “ Le donne siano soggette ai loro mariti come al Signore, poiché l&#8217;uomo è capo della donna come anche il Cristo è capo della chiesa, lui, salvatore del corpo ” ( Lettera agli Efesini ).<br />
- “ E&#8217; cosa buona per l&#8217;uomo non avere contatti con donna ” ( I lettera ai Corinzi ).<br />
- “ Colui che sposa la sua vergine fa bene, e chi non la sposa fa meglio “ ( I lettera ai Corinzi ).<br />
- “ Anche le donne anziane abbiano un comportamento quale si addice ai santi (…) per insegnare alle giovani a essere sagge, ad amare i loro mariti e i loro figli, a essere prudenti, caste, attaccate ai loro doveri domestici, buone, sottomesse ai loro mariti, perchè non sia vituperata la parola del Signore ” ( Lettera a Tito ).</p>
<p>Il corpo diviene “ qualcosa da salvare “, se si tratta del corpo dell&#8217;altro, del peccatore; “ qualcosa da abbandonare “ se si tratta del corpo proprio, soprattutto per quel che riguarda l&#8217;impulso alla relazione.</p>
<p>Pochi decenni più tardi, Clemente Alessandrino potrà scrivere: “ gli uomini (…) devono odorare non di profumi ma di bellezza e bontà, e la donna emani il profumo del Re, cioè di Cristo, non quello di polveri e unguenti: sia unta sempre del carisma immortale della castità e si rallegri del santo unguento che è lo spirito “ ( Il pedagogo, II, 65.2 &#8211; II secolo d.c. ).</p>
<p>Rimosso anche il più carnale dei sensi, quello legato alla sensualità, il corpo diviene figura di qualcos&#8217;altro, un “ essere peccatore “ per eccellenza; la liberazione <strong>del</strong> corpo dalle sue paure attuata dall&#8217;annuncio evangelico diverrà rapidamente fuga <strong>dal</strong> corpo da parte di una presunta anima, in ciò stesso contraddicendo l&#8217;esperienza terrena del Nazzareno.</p>
<p>Il corpo viene diviso in due: il corpo del religioso, perfetto perchè teso verso Dio; e il corpo del laico, “ debole “ per natura, “ abbruttito “ dal desiderio della relazione con l&#8217;altro sesso.</p>
<p>Eppure, proprio nella relazione emerge in tutto il suo spessore la differenza tra l&#8217;essere umano e gli altri animali: praticamente privo di istinti fin dal momento del concepimento, l&#8217;uomo costruisce il proprio mondo facendone esperienza.<br />
Con un arto superiore che, attraverso la mano, è capace di muoversi a 360° nello spazio, con un arto inferiore che, attraverso il piede, gli permette di spostarsi su tutti i piani, con i sensi disposti ad afferrare qualunque impulso, con una struttura respiratoria modellata per l&#8217;attività fonatoria e un apparato genitale capace di qualunque movimento indipendentemente dalle necessità riproduttive, il corpo umano si distacca dal resto del mondo animale, che è invece costretto a vivere in funzione della propria natura.<br />
Anche i mammiferi geneticamente a noi più “ simili “, al posto della mano hanno una zampa, al posto del piede una appendice prensile. Con i sensori relati al proprio specifico ambiente, vincolate all&#8217;utilizzo del sistema fonatorio e di quello riproduttivo in funzione dell&#8217;istinto, anche le scimmie rimangono quello che sono, animali.</p>
<p>Solo l&#8217;essere umano deve continuamente scegliere il proprio modo di essere al mondo, selezionando, dal profluvio di segnali a cui viene sottoposto e dalla varietà infinita delle azioni che è in grado di effettuare, l&#8217;atto che risulta essere più opportuno per vivere.<br />
In questo senso, l&#8217;annuncio evangelico della risurrezione, orientando il corpo verso Dio, lo rende sacro già qui sulla terra.<br />
Scoperta meravigliosa, la consapevolezza del proprio destino libera l&#8217;uomo dalla paura della fine, permettendogli finalmente di vivere la vita, piuttosto che cercare di scampare alla morte.</p>
<p>Ma è una gioia che dura un attimo.<br />
Subito dopo, rifiutando la corporeità del vivere, la fede diverrà religione, istituzione, repressione.</p>
<p>E oggi?<br />
Che cos&#8217;è il corpo, per il cristiano del III millennio?</p>
<p>Dopo che un Papa, pur tra mille reticenze, è riuscito a chiedere scusa per gli errori commessi nel passato, si può dire sia evangelicamente risolta la molto poco evangelica diatriba che da sempre ha contrapposto lo “ spirito alla carne ”?</p>
<p><strong>Tredimensioni ( Ancora editore, f.to 240&#215;170, circa 110 pag., quadrimestrale )</strong> è una splendida rivista, nata pochi anni fa con il preciso scopo di “ studiare la personalità umana secondo un approccio di psicologia del profondo nel quadro dell&#8217;antropologia cristiana “ ( dal primo editoriale, 2004 ). Il tentativo è quindi quello di proporre utili strumenti psicologici e spirituali per chi si occupa di formazione e di educazione della persona, con un occhio di riguardo per chi si prepara ad essere consacrato religioso.</p>
<p>Gli articoli presentati spaziano dall&#8217;approfondimento in chiave psicologica delle varie età della vita, allo sviluppo della dimensione spirituale dell&#8217;individuo, per approdare finalmente al concetto di corporeità, analizzato da molteplici punti di vista.</p>
<p>Citando il titolo di alcuni articoli:<br />
- Il contatto corporale nella relazione di aiuto.<br />
- Alla ricerca di un rapporto riconciliato uomo-donna e marito-moglie.<br />
- Dio e il corpo.<br />
- Il senso dei sensi.<br />
- Corpo, piercing e tatuaggio.<br />
l&#8217;attenzione alla corporeità è evidente.</p>
<p>Eppure, leggendo questi articoli si avverte la sensazione di essere di fronte alla presenza di un concetto-base, costantemente ripreso ad ogni pagina: il corpo c&#8217;è per andare – fare qualcos&#8217;altro, da qualche altra parte, in qualche altro posto. Altrove.</p>
<p>Ne risulta una corporeità che punta verso l&#8217;Alto, ma ha perso per strada l&#8217;altro, di cui si occupa in quanto bisognoso, non in quanto “ altro da me “.</p>
<p>Se uomo è colui che si erge ( … e donna è colei che attrae?&#8230;. ) ed entra in relazione donandosi, allora il religioso, avendo scelto di andare oltre il corpo per entrare in comunione con Dio, si pone in un&#8217;altra dimensione rispetto al laico, chiamato invece alla progressiva incarnazione in sé stesso attraverso la fusione con l&#8217;altro da sé:<br />
“ <em>e i due saranno in una carne sola</em> “ ( vangelo di Marco, 10,8 )</p>
<p>La relazione con il divino del religioso si concretizza nell&#8217;aiuto ai fratelli, ma rimane comunque di là da venire, figura appunto di qualcos&#8217;altro ( il regno dei cieli ) rispetto alla relazione carnale, concreta, nel “qui e ora “, a cui è chiamato il laico.</p>
<p>Così, nonostante le buone intenzioni:</p>
<ul>
<li>il rapporto uomo – donna ( Tredimensioni, anno I, 1-2004; anno V, 2-2008 ) viene analizzato da un supposto versante affettivo, essendo ogni riferimento alla attrazione di base ( penetrare, essere penetrata ) semplicemente ignorato, demandato ad altre discipline, in primis la medicina. Questo tipo di analisi, ampiamente diffuso in ambito religioso, che considera <strong>istintivo</strong> ciò che invece per l&#8217;essere umano è assolutamente <strong>esperienziale</strong>, spiega ad esempio molto bene come nei corsi per fidanzati, organizzati per preparare il matrimonio cristiano, la tematica sessuale venga ormai affrontata solo dal medico: la relazione è diventata una malattia !</li>
<li>il corpo è l&#8217;entità a partire dalla quale tutto si dipana, ma è una entità comunque da superare ( Tredimensioni, anno IV, 2-2007), nonostante l&#8217;ammissione del concetto di corpo quale luogo da cui l&#8217;Io può dotarsi di una identificazione e individualità personale ;</li>
<li>L&#8217;Io ha un corpo ( Tredimensioni, anno V, 2-2008 ), e non quell&#8217;Io è quel corpo .</li>
</ul>
<p>“Affascinato “ dalla grazia di Dio, il religioso ne cerca la presenza e vuole donarsi a Lui. Potremmo dire che “ <strong>è un corpo in attesa</strong> “ di donarsi a Dio.</p>
<p>Per arrivare a questo, il cristianesimo si è dotato di una serie di strumenti pedagogici assolutamente inadatti al laico, il quale invece diviene il proprio corpo a mano a mano che “ fa esperienza “ del corpo dell&#8217;altro.</p>
<p>Purtroppo, tanta formazione religiosa ha preteso ( e pretende ) di utilizzare gli strumenti sviluppati per il clero anche per i laici, con il risultato di far apparire superabile, non essenziale e alla fin fine brutto tutto ciò che abbia a che fare con la corporeità.</p>
<p>Tredimensioni ha il merito di affrontare la dimensione della corporeità lasciandosi finalmente alle spalle la millenaria diffidenza ecclesiastica nei confronti del corpo, che tante sofferenze ha causato a tutti noi; rimane però ancora lontana dal riuscire a dar voce al laico che vive la propria dimensione umana fondendosi letteralmente con chi è altro da sé.<br />
Il corpo di cui si occupa la rivista è il corpo del religioso, il quale ne controlla le espressioni vitali in vista di un fine trascendente; in questo senso, l&#8217;accostamento della dimensione psichica a quella spirituale rappresenta il passaggio necessario per pervenire alla sublimazione della tensione verso l&#8217;altro da sé.</p>
<p>Il laico, invece, diviene sé stesso a mano a mano che fa esperienza ( nel senso di far proprio, fondendosi ) di tutto ciò che il religioso accoglie ma con il quale non entra in comunione: l&#8217;odore, il sudore, gli umori corporei, le lassità o rigidità, le forme, i sospiri, l&#8217;abbandono.</p>
<p><strong>Nel continuo assaporare l&#8217;esistenza dell&#8217;altro da sé, l&#8217;uomo si scopre corpo.</strong></p>
<p>A quando una pedagogia dell&#8217;amore coniugale, che evangelicamente aiuti l&#8217;uomo a divenire ciò che è: <strong>il perno, colui che si erge e apre il passaggio dell&#8217;amore, amore egli stesso?</strong></p>
<p><strong>Quando?</strong></p>
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		<title>Strumenti di bordo</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Oct 2008 16:00:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Faccin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Un libro per ogni stagione]]></category>
		<category><![CDATA[corpo]]></category>
		<category><![CDATA[stazione eretta]]></category>
		<category><![CDATA[Tatto]]></category>
		<category><![CDATA[tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[viaggio]]></category>

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		<description><![CDATA[Strumenti di bordo
Dopo questi primi anni di “viaggio”, è forse opportuno effettuare un bilancio di quanto finora scoperto, per poi ripartire più consapevolmente verso altri mari, ed altri uragani.

Io sono il mio corpo, il mio corpo sono io.
Modellato nel suo svilupparsi da spinte genetiche e ambientali, il corpo è strutturato per puntare verso l’alto ( [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Strumenti di bordo</strong></p>
<p>Dopo questi primi anni di “viaggio”, è forse opportuno effettuare un bilancio di quanto finora scoperto, per poi ripartire più consapevolmente verso altri mari, ed altri uragani.<br />
<span id="more-45"></span></p>
<p><strong>Io sono il mio corpo, il mio corpo sono io.</strong></p>
<p>Modellato nel suo svilupparsi da <strong>spinte genetiche e ambientali</strong>, il corpo è strutturato per <strong>puntare verso l’alto</strong> ( siamo gli unici esseri viventi bipedi, la struttura dei nostri sistemi neurovegetativi – i chakra del pensiero Indiano – rimanda ad un modello verticale, che dai piedi e dal bacino sale verso la testa ), e per <strong>andare verso l’altro</strong> ( la nostra coordinazione motoria segue un andamento complesso – i meridiani scoperti dai saggi Cinesi – che estrinseca all’esterno, sulla pelle, le continue variazioni energetiche e funzionali degli organi interni ).</p>
<p>La <strong>forza</strong> che ci è stata donata per affrontare l’esistenza ha un limite, e va consumandosi col passare degli anni; nell’espressione della sessualità ne possiamo scorgere le variazioni ed indovinarne il punto di consunzione.</p>
<p>Abitiamo un mondo sempre più <strong>tecnologico</strong>, dove per tecnologico si intende il modo unicamente umano di modificare l’ambiente naturale per costruirne uno a propria misura, stante l’estrema vulnerabilità del nostro organismo rispetto a quello degli altri esseri viventi.</p>
<p>Ma questa tecnologizzazione progressiva comporta un paradossale impoverimento dell’andare verso l’altro e del puntare verso l’alto, cioè del modo umano di vivere. La vita e la morte, il sesso e l’ascesi, il lavoro e le feste, il tempo e lo spazio, che dal corpo del primitivo si irradiavano e prendevano forma <strong>scambiandosi</strong> incessantemente, nel tempo moderno sopravvivono come entità autonome e perciò inumane, per cui la vita diventa una realtà assoluta che si contrappone alla morte, come la sessualità alla spiritualità ecc., con l’unico risultato che la nostra società, apparentemente gaudente, gronda di realtà tragiche, mentre viviamo una esistenza “ pornografica “ che ci ha tolto il piacere dello spirito; dove il lavoro è divenuto fatica da sopportare in attesa del giorno di festa, mentre non abbiamo più tempo e non sappiamo più far spazio, né per noi né per gli altri.</p>
<p>E’ la fine della <em>società dello scambio</em>, tanto cara alle popolazioni primitive, e l’inizio della <em>società del valore</em>, sempre troppo grande, troppo lontano, impossibile da raggiungere compiutamente.</p>
<p><strong>Questa è la malattia dell’Occidente: tutto ha un valore, ed in quanto vale è misurabile: ergo, è vero solo ciò che si può misurare.</strong></p>
<p>La progressiva egemonia del sapere razionale a scapito dell’inaridirsi della sapienza emotiva inizia fin dal primo apparire del genere umano, come tentativo di circoscrivere e contenere i disagi del vivere, per poi finire con il ridurre tutta la vicenda umana a qualcosa di contabilizzabile, spingendo ai “ margini “ tutto ciò che è personale, individuale, unico, a favore di una astratta omogeneizzazione dell’esistenza, per renderla in qualche modo controllabile. L’uomo, da essere vivente che punta verso l’alto ( verso l’Altro?) e va verso l’altro, viene ridotto prima a macchina e poi, in tempi recenti, ad “ animale dotato di computer “, e la richiesta di senso ( <em>chi sono io?</em> ) che da sempre ne indirizzava l’esistenza, da espressione di una cultura diviene problema individuale, in ciò stesso nascosto, stato d’animo destinato a venire rimosso in quanto dato emotivo e quindi contrastante con tutto ciò che è misurabile.</p>
<p><strong>Ipertrofia del cognitivo e regressione del sentimento per cui, al paziente che chiede il “ perché “ della malattia, il medico risponde in maniera “ tecnica “ eludendo, attraverso l’uso di argomentazioni apparentemente razionali ma in realtà incomprensibili, la richiesta di senso evocata dal malato. Il risultato, ancor più paradossale, è che nella nostra epoca il dolore, il male, la malattia hanno assunto una dimensione decisamente più grande di quella che avevano in passato, colpendoci non più in maniera palese come succedeva un tempo, ma permeando sottilmente tutta la nostra esistenza: la ricerca di senso, da problema primario che indirizzava la vita, diviene sotterranea angoscia del vivere pronta a riemergere, deflagrando, non appena ci si “ammala “.</strong></p>
<p>Ma la ricerca di senso, in quanto desiderio primario, non può rimanere inevasa: ne cogliamo la presenza dal moltiplicarsi di convegni e ricerche sul tema dell’affettività, piuttosto che sull’importanza sempre maggiore accordata all’empatia nel rapporto con la persona ammalata, per non parlare della frequentazione, da parte di adulti di ogni età, di corsi sulla “ corporeità “ che ormai si possono trovare in ogni palestra sportiva, ecc., ecc..</p>
<p>La scienza vive della sospensione del senso, ed è giusto che sia così; all’inizio del III millennio l’uomo ha a disposizione strumenti tecnologici inimmaginabili rispetto ai propri predecessori per poter vivere più consapevolmente e piacevolmente l’esistenza.</p>
<p>Contemporaneamente, l’approfondimento del proprio “ <strong>sentire</strong> “ gli appare sempre più necessario, non solo per poter meglio immaginare gli effetti del suo fare, ma anche per comprendere più compiutamente il proprio dolore e assaporare pienamente la gioia di vivere.</p>
<p>Quella che è cambiata, rispetto ad un tempo, è la modalità di fare esperienza dei nostri stati affettivi: provare un sentimento o un’emozione, essere travolti da una passione, non sono certo stati del nostro essere dati a priori, è necessario un continuo lavoro di approfondimento personale per portarne alla luce la presenza; ma questo scavare non si manifesta più come un accostarsi paziente alla realtà delle cose per coglierne l’intimità più profonda, quanto piuttosto come un viaggiare veloce tra le esperienze più disparate, cogliendo, da ognuna di esse, lo slancio per andare altrove.</p>
<p><strong>Fare “ surf “ fra le onde della vita</strong>, temendo la profondità di un concetto come un crepaccio che non porterebbe a nulla se non all’annientamento del movimento, e quindi dell’esistenza.</p>
<p>La riconoscenza per essere stati messi al mondo, i vari strati del sentire che ci abitano, la natura anonima e impersonale dell’odio che può sfiorarci, i “ picchi “ di luce e di ombra che dobbiamo attraversare per divenire consapevoli dei nostri sentimenti, divengono realtà a mano a mano che ci mettiamo in movimento e andiamo verso l’altro.</p>
<p>Fare esperienza muovendosi, cioè muovendo il proprio corpo: corpo maschile, corpo femminile.</p>
<p>A questo punto però, anche il filosofo e l’antropologo sembrano confondersi quando, nel descrivere il movimento umano, pongono l’uomo e la donna sullo stesso piano, <em>come se essere fatti in maniera diversa non ci rendesse diversi</em>. Purtroppo, la percezione di sé che più difetta all’uomo moderno è proprio quella di sé in quanto maschio: con un padre spesso assente, immerso in un ambiente effeminato, costretto a contenere la propria originaria foga maschile ( che ovviamente si scaricherà poi in gesti tragici ), l’uomo del III millennio ha un bisogno vitale di sentirsi prima di tutto “ <strong>homo</strong> “, poiché tutto attorno a sé sembra condurlo ad un insensato rimescolamento di generi.</p>
<p>Così, se prima di ogni salto è necessario flettere le ginocchia, ritirandosi apparentemente dal mondo per poi poterci entrare di slancio, così il ritiro nel bosco, <strong>la riscoperta del nostro lato selvaggio</strong> diviene un passaggio essenziale per il formarsi dell’animo umano e per divenire compiutamente uomini.</p>
<p>Odore di resina e di selvatico, rumori lontani portati dal vento, lampi di luce tra le foglie che scoprono bacche saporose, il bosco ci permette di liberare la nostra forza Fallica, il nostro esporci e correre verso il mondo.</p>
<p><strong>Essere maschi significa primariamente essere capaci di ergersi, di puntare in alto, donando se stessi per riappropriarsi della originaria modalità di manifestare un sentimento attraverso il corpo, il nostro corpo, così diverso rispetto a quello della donna.</strong></p>
<p><strong>Orientarsi verso l&#8217;altro carnalmente, fidarsi del proprio corpo, divenire il proprio corpo, con quella riconoscenza per essere stati concepiti e poi messi al mondo che non è mai data a priori, ma va maturata nel tempo, facendone esperienza muovendosi.</strong></p>
<p><strong>Il movimento verso l&#8217;altro da sé come sentimento primario.</strong></p>
<p><strong>Fare esperienza muovendosi. Fermarsi è malattia.</strong></p>
<p><strong>Ora possiamo ripartire.</strong></p>
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		<title>Il corpo orientato: I parte</title>
		<link>http://www.eccehomo.it/2007/05/il-corpo-orientato-i-parte/</link>
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		<pubDate>Tue, 22 May 2007 15:31:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Faccin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Un libro per ogni stagione]]></category>
		<category><![CDATA[barbari]]></category>
		<category><![CDATA[corpo]]></category>
		<category><![CDATA[emozione]]></category>
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		<description><![CDATA[L&#8217;ORDINE DEL CUORE
R. De Monticelli
14 x 21, 316 pag.
Garzanti Editore – 2004
I BARBARI
A. Baricco
15 x 21, 213 pag.
Fandango Edizioni &#8211; 2006
Ci sono libri che sembrano essere stati scritti per poi venir letti assieme ad altri libri, quasi esprimessero gli stessi bisogni, pur nella palese differenza tematica.
Questo mi sembra il destino de &#8220;L&#8217;ordine del cuore &#8220;e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>L&#8217;ORDINE DEL CUORE<br />
R. De Monticelli<br />
14 x 21, 316 pag.<br />
Garzanti Editore – 2004</strong></p>
<p><strong>I BARBARI<br />
A. Baricco<br />
15 x 21, 213 pag.<br />
Fandango Edizioni &#8211; 2006</strong></p>
<p>Ci sono libri che sembrano essere stati scritti per poi venir letti assieme ad altri libri, quasi esprimessero gli stessi bisogni, pur nella palese differenza tematica.<br />
Questo mi sembra il destino de &#8220;L&#8217;ordine del cuore &#8220;e de &#8220;I barbari &#8220;, due saggi apparentemente lontani uno dall&#8217;altro ( il tentativo di pervenire ad una teoria del sentimento il primo, un&#8217;analisi del modo odierno di fare esperienza il secondo ), accomunati in realtà dallo stesso anelito, la ricerca di un senso della vita.<br />
Il nostro viaggio alla scoperta della corporeità ci ha finalmente condotto ( cfr. &#8220;Psiche e Techne&#8221;, autunno 2006 ) ad un punto fermo: la necessità, per l&#8217;uomo moderno, di approfondire la propria capacità di &#8220;sentire &#8220;le emozioni, le passioni, i sentimenti che lo abitano, per poter poi, una volta orientata la propria vita in funzione di questa particolare capacità percettiva, gestire al meglio l&#8217;ambiente tecnologico da egli stesso prodotto.<br />
<span id="more-37"></span></p>
<p>Tutto è tecnica, non c&#8217;è popolazione umana che non abbia sviluppato un proprio modo tecnico per affrontare il mondo; ma questo comune destino sta avendo, nella sua espressione occidentale moderna degli sviluppi talmente inattesi da portare gli uomini a chiedersi non &#8220;che cosa noi possiamo fare con la tecnica, ma che cosa la tecnica può fare di noi &#8220;, tanto si è allargato il suo dominio sulla vita.<br />
Nè a contenere questa marea montante sembrano più bastare il pensiero occidentale, forte della sua <em>tecnicissima</em> divisione tra corpo e mente o quello orientale, nelle sue espressioni Indiane e Cinesi entrambe tese, anche se per vie diverse, al controllo <em>tecnico</em> della energia vitale.</p>
<p>Neppure la presunta liberazione dei sensi e della corporeità che ci viene dai popoli meno industrializzati sembra bastare, perché le <em>tecniche</em> da essi sviluppate leniscono le nostre paure senza trovarne il senso.</p>
<p>E così, dopo aver frequentato un corso di <strong>Tantra</strong> o uno di <strong>Chi Kung</strong>, aver seguito un <strong>Guru Indiano</strong> o aver ballato con una <strong>danzatrice del ventre</strong>, aver letto <strong>Odifreddi</strong> piuttosto che <strong>Muhammad An-Nafzawi</strong> ci ritroviamo ancora più soli, accanto alla morte che, sorniona, sembra attenderci al varco di ogni nostro malessere. Annota De Monticelli come &#8220;<em>non c&#8217;è dubbio che oggi è soprattutto di questo che avremmo bisogno: di un po&#8217; di luce sopra la nostra frammentaria esperienza morale, ma anche di un po&#8217; di voce articolata o di ragione da dare alla meraviglia, allo sgomento e alla pietà</em>&#8220;.</p>
<p>Ma se questa capacità di rischiarare il nostro vivere passa, come abbiamo ripetutamente sottolineato, attraverso un approfondimento della nostra percezione, allora il sentire un sentimento, il provare un&#8217;emozione, il patire una passione divengono stati del nostro essere assolutamente non dati a priori, quanto piuttosto bisognosi di un continuo lavoro personale teso al portarne alla luce la presenza.<br />
Si può vivere un&#8217;intera esistenza completamente sordi alle percezioni del cuore e, forse, questo è il rischio maggiore a cui siamo esposti in quest&#8217;epoca, tesi tra le nostre capacità cognitive, messe a dura prova dallo sviluppo tecnologico da noi stessi prodotto e le nostre spinte pulsionali, la nostra Energia, che sembra disperdersi sempre più a mano a mano che cerchiamo di possederla.</p>
<p>Manca un ordine, l&#8217;ordine del cuore.</p>
<p>&#8220;<em>La vita affettiva può dunque definirsi come manifestazione di un sentire che è <strong>esperienza</strong> più o meno adeguata di valori nella loro varietà e nella loro importanza, o incidenza personale. In questo senso, non solo gli atti del volere, decisioni, scelte e azioni, ma anche gli stessi fenomeni affettivi che ne stanno alla base, motivandoli: piacere e dolore, benessere e malessere, umori, emozioni, sentimenti, passioni sono da intendersi non come accadimenti della vita psichica, eventi mentali, ma come risposte personali all&#8217;esperienza di valori, risposte che sono insieme manifestazioni ( spesso addirittura scoperte ) di sé, e tappe del farsi uomo</em>&#8221; ( pag. 85 ). Roberta De Monticelli ci guida così, attraverso l&#8217;utilizzo del modello fenomenologico, alla ri-scoperta della nostra capacità di sentire, intimamente connessa all&#8217;essere stati amati fin dal nostro primo apparire nel mondo.</p>
<p>Dalla riconoscenza per questo amore che abita il nostro cuore può iniziare un cammino di approfondimento che, lungi dal perdersi in complicati sofismi intellettuali, si incarna profondamente nella nostra corporeità.</p>
<p>I vari strati del sentire che ci abitano, i &#8220;picchi&#8221; ( di luce e di ombra ) che dobbiamo attraversare per divenire consapevoli dei nostri sentimenti, la natura anonima e impersonale dell&#8217;odio che può sfiorarci, vengono ben analizzati dall&#8217;autrice, con continui rimandi alla concretezza del vivere, fino a far emergere il <strong>nostro movimento primario, quel mettersi in ascolto dell&#8217;altro ( dell&#8217;Altro? ) che ci fa essere pienamente uomini</strong>.</p>
<p><strong>Fare esperienza della vita è possibile a patto di muoversi verso l&#8217;altro</strong>.</p>
<p>Purtroppo, raggiunta questa consapevolezza ( <strong>il movimento prima del pensiero, orientarsi verso l&#8217;altro è vita, rinchiudersi è malattia</strong> ), che sembra spazzare via tutte le infinite contrapposizioni tra mente e corpo che hanno danneggiato il pensiero occidentale, Roberta De Monticelli non trova il coraggio di andare oltre e di approfondire questo &#8220;orientarsi &#8220;, che è, in primis, il gesto della relazione carnale tra un uomo ed una donna che si concretizza nell&#8217;<strong>esperienza</strong> del fare l&#8217;amore. Esita l&#8217;autrice, e si affida nuovamente alla divisione mente – corpo privilegiandone il primo aspetto, facendo così diventare l&#8217;orientarsi verso l&#8217;altro un orientarsi verso un generico &#8220;bene &#8220;.</p>
<p>Così:</p>
<ul>
<li><strong>le emozioni</strong>, da gesti concreti che arrestano il movimento e che si sciolgono in uno scuotimento vegetativo, divengono &#8220;una classe degli affetti &#8220;( pag. 125, ed in questo caso l&#8217;autrice compie un errore scientifico: neurofisiologicamente le emozioni sono gesti );</li>
<li><strong>i piaceri sessuali</strong> vengono ridotti a gesti routinari ( &#8220;sono caratterizzati da una riproducibilità perfetta &#8220;dice De Monticelli, a pag. 148, confondendo il fare l&#8217;amore con la pornografia );</li>
<li><strong>l&#8217;amore</strong> viene confuso con l&#8217;ammirazione, mettendo sullo stesso piano le persone e le opere d&#8217;arte ( pag. 175, pag. 189 ) per poi cadere, inevitabilmente, nel dividere l&#8217;anima dal corpo quando, innalzando il pensiero Platonico a modello ( pag. 241 ), De Monticelli non si avvede del fatto che lo spirito Greco antico non vive con naturalezza il sesso ma, al contrario, usa il sesso ( etero-, omo-, in altri modi ) con gli stessi scopi dei popoli orientali, cioè per chetare gli affanni di un&#8217;anima che si vive ormai prigioniera della carne e che anela al divino.</li>
</ul>
<p><strong>Così l&#8217;eros dei corpi, quello vero, che desidera semplicemente esprimere l&#8217;amore facendolo, viene ancora una volta messo da parte. E alla donna viene un&#8217;altra volta ancora impedito di divenire ciò che è, passaggio per l&#8217;amore; e all&#8217;uomo viene un&#8217;altra volta ancora impedito di divenire ciò che è, colui che apre il passaggio.</strong></p>
<p>Ma questo Roberta De Monticelli lo riconosce a fatica e, se lo fa ( come a pag. 264 ), subito dopo si riattesta sull&#8217;amore estatico ( pag. 279, quando parla dello stato di grazia dei mistici ponendolo in qualche modo all&#8217;apice dei &#8220;modi d&#8217;amore &#8220;), annacquando così tutte le considerazioni sulla felicità che pure emergono, piene di luce, dalle pagine finali del libro.</p>
<p>Un libro che, se da un lato ci permette finalmente di scorgere la continuità che esiste tra il nostro sentire ed il nostro agire, esita poi a fare il passo successivo, quello che ci porterebbe ad approfondire la nostra sessualità, il nostro compiere gesti d&#8217;amore e di odio.<br />
Così, il fare <strong>esperienza</strong> del mondo diviene nuovamente <strong>pensare</strong>, piuttosto che <strong>muoversi</strong>.</p>
<p>Ma che cosa vuol dire fare esperienza oggi?</p>
<p>Alessandro Baricco non ha dubbi: &#8220;<em>l&#8217;esperienza ( oggi ), è qualcosa che ha forma di stringa, di sequenza, di traiettoria: implica un <strong>movimento</strong> che inanella punti diversi nello spazio del reale: è l&#8217;intensità di quel lampo.<br />
Non era così, e non è stato così per secoli. L&#8217;esperienza, nel suo senso più alto e salvifico, era legata alla capacità di accostarsi alle cose, una per una, e di maturare un&#8217;intimità con esse capace di dischiuderne le stanze più nascoste. ( ). Sarà banale, ma spesso i bambini insegnano. Io penso di essere cresciuto nella costante intimità con uno scenario preciso: la noia. Non ero più sfigato di altri, era per tutti così. La noia era una componente naturale del tempo che passava. Adesso prendete un bambino di oggi e cercate la noia, nella sua vita. Misurate la velocità con cui la sensazione di noia scatta in lui non appena gli rallentate il mondo attorno. Lo vedete il <strong>mutante</strong> in erba? Il pesciolino con le branchie? Nel suo piccolo è già come la bicicletta: se rallenta, cade. <strong>Ha bisogno di un movimento costante per avere l&#8217;impressione di fare esperienza</strong></em> ( pag. 95, 96, ecc. ).</p>
<p>I barbari. I barbari, per antonomasia, si muovono, si spostano.</p>
<p>Con il termine &#8220;barbari&#8221; Baricco circoscrive, più che un preciso gruppo umano, un &#8220;sentire&#8221; diffuso legato a questi nostri tempi, nei quali noi adulti ( diciamo chi è nato prima degli anni ‘80 ) si ritrova spiazzato di fronte ad Internet, gli extracomunitari, alle unioni tra persone dello stesso sesso, alla TV spazzatura, ai centri commerciali.</p>
<p>Cresciuti con il mito della fatica che porta al risultato ( o con il suo contrario; in ogni caso il concetto di base è lo stesso, quello di essere impegnati in qualcosa, fosse pure fare niente ), non riusciamo a correre con la stessa velocità del mondo odierno, non lo sentiamo nostro, non sappiamo più farne esperienza. Perché continuiamo ad usare gli stessi strumenti, mentre il mondo è cambiato.</p>
<p>Così cerchiamo, leggiamo, ma gli esperti sembrano non darci l&#8217;aiuto di cui abbiamo bisogno: qualcosa che illumini il senso <strong>da dare al nostro movimento</strong>.<br />
I barbari, loro questo senso sembrano averlo trovato: il senso delle cose non abita una qualche profondità metafisica, non risiede nei depositi di quella struttura mentale che da sempre noi abbiamo chiamato anima; il senso delle cose <strong>è il movimento</strong>.<br />
&#8220;<em>Noi dunque la chiamiamo ancora anima, o la inseguiamo girando attorno al termine spiritualità, e quel che vogliamo tramandare è l&#8217;idea che l&#8217;uomo sia capace di una tensione che lo spinge al di là della superficie del mondo e di se stesso, in un terreno in cui non è ancora dispiegata la totale potenza divina, ma semplicemente respira il senso profondo e laico delle cose, con la naturalezza per cui cantano gli uccelli o scorrono i fiumi, secondo un disegno che forse proviene davvero da una bontà superiore, ma più probabilmente sgorga dalla grandezza dell&#8217;animo umano, che con pazienza, fatica, intelligenza e gusto assolve per così dire al compito nobile di una prima creazione, che rimarrà l&#8217;unica, per i laici, e sarà invece il grembo dell&#8217;incontro finale con la rivelazione, per i religiosi. E&#8217; il paesaggio che la borghesia ottocentesca aveva scelto per sé, intuendo che in un campo del genere non avrebbe potuto perdere. Noi lo abbiamo ereditato con una così sconfinata adesione mentale da scambiarlo per uno scenario perenne, eterno, e intoccabile.<br />
Facciamo fatica a immaginare che l&#8217;uomo possa essere qualcosa di degno al di fuori di quello schema</em>&#8221; ( pag. 121 ).</p>
<p>Loro invece, i barbari, ci riescono: si sono inventati l&#8217;uomo orizzontale.<br />
&#8220;<em>Gli deve essere venuta in mente un&#8217;idea del genere: ma se io impiegassi il mio tempo, la mia intelligenza, la mia applicazione a viaggiare in superficie, sulla pelle del mondo, invece di dannarmi a scendere in profondità? Non è possibile che quanto di vivo c&#8217;è, ad esempio nella nona di Beethoveen, sia ciò che è in grado di viaggiare in superficie, e non ciò che giace in profondità? Avevano davanti il modello del borghese colto, chino sui libri, nella penombra di un salotto con le finestre chiuse, e le pareti imbottite: l&#8217;hanno sostituito, istintivamente, con <strong>il surfer</strong>. Una specie di sensore che insegue il senso là dove è vivo in superficie, e lo segue ovunque nella geografia dell&#8217;esistente, temendo la profondità come un crepaccio che non porterebbe a nulla se non all&#8217;annientamento del <strong>movimento</strong>, e quindi della vita</em>&#8220;.</p>
<p>Ed i nostri figli che, essendo figli, di cose che cambiano se ne intendono, già si comportano da mutanti e, pur essendo costretti dal modello scolastico e culturale a crescere come siamo cresciuti noi, tendono comunque a divenire diversi da noi. Non migliori o peggiori, diversi.</p>
<p>&#8220;<strong>Nel modo più chiaro ce lo fanno capire non appena sono in grado di esibirsi nel più spettacolare surfing inventato dalle nuove generazioni. Il multitasking. Sapete cos&#8217;è? Il nome gliel&#8217;hanno dato gli americani: nella sua accezione più ampia definisce il fenomeno per cui vostro figlio, giocando al game boy, mangia la frittata, telefona alla nonna, segue un cartone alla televisione, accarezza il cane con un piede, e fischietta il motivetto di Vodafone</strong>&#8220;( pag. 98 ). Ricordo ancora i consigli di mio padre, &#8220;fai una cosa alla volta se vuoi farla bene &#8221; ……!</p>
<p>Continua Baricco &#8220;<em> qualche anno ancora e ( vostro figlio ) si trasformerà in questo: fa i compiti mentre chatta al computer, sente l&#8217;I-pod, manda sms, cerca in Google l&#8217;indirizzo di una pizzeria e palleggia con una palletta di gomma. Le università americane sono piene di studiosi che stanno cercando di capire se sono dei geni o dei fessi che si stanno bruciando il cervello. Non sono ancora arrivati ad una risposta precisa. Più semplicemente voi direte: è una nevrosi. Può darsi, ma le degenerazioni di un principio svelano molto di quel principio: il multitasking incarna bene una certa idea, nascente, di esperienza. Abitare più zone possibili con un&#8217;attenzione abbastanza bassa è quello che evidentemente loro intendono per esperienza. Suona male, ma cercate di capire: non un modo di svuotare tanti gesti che sarebbero importanti: è un modo di farne uno solo, molto importante. Per quanto possa sembrare clamoroso, non hanno l&#8217;istinto a isolare ciascuno di quei gesti per compierlo con più attenzione e in modo da cavarci il meglio. E&#8217; un istinto che è loro estraneo. Dove ci sono gesti, vedono possibili sistemi passanti per costruire costellazioni di senso: e quindi esperienza. Pesci, se capite cosa voglio dire</em> &#8220;.</p>
<p>I nostri figli stanno cambiando, stanno mutando il modo di fare esperienza della vita.</p>
<p>D&#8217;altronde anche noi, attraverso questa rubrica, passiamo velocemente da un sistema culturale all&#8217;altro alla ricerca del senso.</p>
<p>Da questo punto di vista, chi come me ha attorno ai 40 anni rappresenta la specie ibrida ( mezzi mammiferi mezzi pesci, direbbe Baricco ), con la testa che funziona come quella dei nostri padri, e le gambe che corrono verso l&#8217;acqua. Perché una cosa è chiara: questa mutazione riguarda tutti, anche se ciò che conosciamo lo definiamo civiltà e quel che ancora non ha nome barbarie, e ne abbiamo paura.</p>
<p>Qui De Monticelli e Baricco trovano un punto di intesa:</p>
<ul>
<li>se il senso delle cose sembra non albergare più in un loro tratto autentico, profondo;</li>
<li>se l&#8217;anima si mostra ora più simile ad un sistema cibernetico a reti interconnesse in cui navigare, seguendo la traccia che ci connette con altri pezzi di mondo;</li>
<li>se, infine, la sorte che ci tocca è quella di immergerci in questa mutazione;</li>
</ul>
<p>allora possiamo salvare ciò che ci è caro del vecchio modo di vivere a patto di lasciarlo decantare nel cambiamento in corso, per salvarlo rinnovato.<br />
Salvarlo nella mutazione, piuttosto che dalla mutazione.</p>
<p><strong>Orientarsi verso l&#8217;altro carnalmente, fidarsi del proprio corpo, divenire il proprio corpo, con quella riconoscenza per essere stati concepiti e poi messi al mondo che non è mai data a priori, ma va maturata nel tempo, facendone esperienza muovendosi.</strong></p>
<p><strong>Il movimento verso l&#8217;altro da sé come sentimento primario.</strong></p>
<p><strong>Fare esperienza muovendosi. Fermarsi è malattia.</strong></p>
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		<title>Partire</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Oct 2006 15:22:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Faccin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Umberto Galimberti,
Psiche e Techne
14 x 22 – 812 pag.
Feltrinelli &#8211; 1999
Corpo diviso in Occidente, corpo abbandonato nel continente Indiano.
Corpo sbilanciato nell&#8217;immensa Cina, corpo usato nelle pratiche religiose e salutiste del Sud del mondo.
Il nostro viaggio alla ricerca della comprensione del corpo, iniziato guardando dentro di noi ( cfr. &#8220;Il dramma del bambino dotato e la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Umberto Galimberti,<br />
Psiche e Techne<br />
14 x 22 – 812 pag.<br />
Feltrinelli &#8211; 1999</strong></p>
<p>Corpo <strong>diviso</strong> in Occidente, corpo <strong>abbandonato</strong> nel continente Indiano.<br />
Corpo <strong>sbilanciato</strong> nell&#8217;immensa Cina, corpo <strong>usato</strong> nelle pratiche religiose e salutiste del Sud del mondo.</p>
<p>Il nostro viaggio alla ricerca della comprensione del corpo, iniziato guardando dentro di noi ( cfr. &#8220;Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero sé&#8221; ) e proseguito nello studio dei sistemi culturali messi a punto dalle varie civiltà del mondo, si trova ora ad un primo punto di svolta.<br />
<span id="more-34"></span></p>
<p>Se in ognuna delle culture in cui abbiamo gettato lo sguardo è stato possibile reperire a volte tracce, altre volte modelli compiuti di comprensione della realtà umana, è pur vero che, di questi modelli, quello Occidentale si è dimostrato vincente nell&#8217;ambito dell&#8217;evoluzione tecnologica ed è stato ( o sta per essere ) fatto proprio da tutte le altre culture.</p>
<p>Nel suo insieme, il &#8220;sistema Occidentale&#8221; sembra essere l&#8217;unico sistema sociale possibile, l&#8217;unico capace di garantire un futuro all&#8217;uomo. Se il <strong>fare tecnologico</strong> ha garantito all&#8217;umanità la possibilità di costruirsi un ambiente a propria misura, il mondo tecnologico nel quale noi viviamo è divenuto l&#8217;unico mondo possibile.</p>
<p>Ma un mondo per quale tipo d&#8217;uomo?<br />
Che fine ha fatto il corpo nell&#8217;età della tecnica?</p>
<p>Come marinai sopravvissuti ad una grande burrasca, noi guardiamo agli altri popoli che, ignari, si apprestano a diventare tecnologici, e ne abbiamo quasi compassione, immaginandoli condannati a subire la nostra stessa sorte, quella di chi apparentemente ha perso il contatto con il corpo, cioè con sé stesso.<br />
Forse buona parte della paura di tutto ciò che è &#8220;tecnico&#8221; che va manifestandosi fuori e dentro l&#8217;Occidente, ha nella consapevolezza della possibile perdita della propria identità la sua causa più profonda.<br />
Lo sviluppo tecnologico procede infatti per proprio conto, forte del dogma &#8220;tutto ciò che si può fare si fa&#8221; e l&#8217;uomo, da utilizzatore della tecnica come mezzo per conseguire fini, si scopre ora ingranaggio tra gli ingranaggi, al limite sacrificabile se la &#8220;Macchina&#8221; funziona meglio di lui.</p>
<p>Questo sviluppo inatteso comincia da molto lontano.<br />
Ogni cultura ha portato alla luce un aspetto particolare del nostro essere uomini: la tensione corporea verso il Divino propria del mondo Indiano, l&#8217;equilibrio mutevole della spinta vitale scoperto dai saggi Cinesi, il contatto concreto, carnale con l&#8217;energia libidica conservato come il più prezioso dei tesori dai popoli del Sud del mondo.<br />
<strong>Ma è stato l&#8217;Occidente che ha inventato la coscienza come modello intellettivo che si pone fuori del corpo, come se potessimo staccarci da noi stessi.</strong> Tutta la nostra storia è percorsa dal bisogno del distacco, ma se il monaco Indiano vuole elevarsi per entrare nel Divino, se il saggio Cinese vuole porsi al di sopra per controllare meglio il corpo e lo sciamano usa il corpo per entrare in dimensioni altre, ebbene, solo l&#8217;uomo Occidentale ha cercato di distaccarsi da sé per vivere in eterno. E ha cercato di farlo attraverso la tecnologia.</p>
<p><strong>&#8220;Psiche e techne&#8221;</strong> di Umberto Galimberti affronta in maniera esemplare la riflessione sul destino dell&#8217;uomo nell&#8217;età della tecnica.<br />
Il desiderio di eternità, la consapevolezza della propria diversità rispetto agli altri animali, l&#8217;inferiore capacità istintuale superata dal fare tecnico fino a far diventare il mondo un ambiente artificiale, sono gli ambiti nei quali l&#8217;autore si inoltra, aiutato dalla bussola dell&#8217;indagine fenomenologica.<br />
Il &#8220;corpo tecnologico&#8221; che in questo modo affiora manifesta concretamente la schizofrenia dell&#8217;uomo moderno, massificato dalla moda, sacrificato nei continui processi di evoluzione tecnologica che comportano &#8220;inevitabili&#8221; tagli del personale, privato della propria intimità dalla mancanza di relazioni corporee vere, prima ancora che dal decadimento del senso del sacro.</p>
<p>Eppure, nota Galimberti, <em>ancor oggi l&#8217;umanità non è all&#8217;altezza dell&#8217;evento tecnico da essa stessa prodotto e, forse per la prima volta nella storia, la sua sensazione, la sua percezione, la sua immaginazione, il suo sentimento si rivelano inadeguati a quanto sta accadendo (…). Quanto più si complica l&#8217;apparato tecnico, quanto più fitto si fa l&#8217;intreccio dei sottoapparati, quanto più si ingigantiscono i suoi effetti, tanto più si riduce la nostra capacità di percezione in ordine ai processi, ai risultati, agli esiti, per non dire degli scopi di cui siamo parti e condizioni.<br />
E siccome di fronte a ciò che non si riesce né a percepire né a immaginare il nostro sentimento diventa incapace di reagire, al &#8220;nichilismo attivo&#8221; della tecnica iscritto nel suo &#8220;fare senza scopo&#8221;, si affianca il &#8220;nichilismo passivo&#8221; denunciato da Nietzsche, che ci lascia &#8220;freddi&#8221;, perché il nostro sentimento di reazione si arresta alla soglia di una certa grandezza.<br />
E così da &#8220;analfabeti emotivi&#8221; assistiamo all&#8217;irrazionalità che scaturisce dalla perfetta razionalità (strumentale) dell&#8217;organizzazione tecnica che cresce su sé stessa al di fuori di qualsiasi ordine di senso</em> (pag. 47).</p>
<p>Continuiamo a costruire armi atomiche quando quelle esistenti sono già sufficienti a distruggere il nostro pianeta migliaia di volte.</p>
<p>Insiste Galimberti: <em>il fatto che la tecnica non sia ancora totalitaria, il fatto che quattro quinti dell&#8217;umanità viva di prodotti tecnici, ma non ancora di mentalità tecnica, non deve confortarci, perché il passo decisivo verso &#8220;l&#8217;assoluto tecnico&#8221;, verso la &#8220;macchina mondiale&#8221; l&#8217;abbiamo già fatto, anche se la nostra condizione sentimentale non ha ancora interiorizzato questo fatto, quindi non ne è all&#8217;altezza</em> (pag. 714).<br />
La storia, la religione, l&#8217;etica e la morale arretrano di fronte allo sviluppo tecnologico, e così affonda la nostra ricerca di senso, il nostro bisogno di capire chi siamo.</p>
<p>Cionondimeno, se fuori dall&#8217;operare tecnico non è possibile la vita per l&#8217;uomo, è questo operare che va indagato, per divenire capaci di quell&#8217;ampliamento della capacità di immaginare gli effetti ultimi del nostro <strong>fare</strong> e permettere così all&#8217;uomo di approfondire il proprio <strong>sentimento</strong>, la sua capacità di avvertire la situazione ad un livello antecedente l&#8217;analisi razionale, e di agire e reagire ad essa in base a quanto <strong>percepito</strong>.</p>
<p>Un libro sulla tecnica che termina con l&#8217;esortazione allo sviluppo del <strong>sentire</strong> quale forma ultima per poter ancora consapevolmente affrontare il futuro che ci attende. Un libro splendido.</p>
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		<title>Il corpo al di là dell&#8217;occidente: II parte. La Cina.</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Oct 2005 14:59:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Faccin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Un libro per ogni stagione]]></category>
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		<category><![CDATA[sessualità]]></category>
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		<description><![CDATA[SU NU KING
La via della felicità sessuale nella Cina Antica.
commento a cura di Maurice Mussat
17 x 24 – 150 pag.
IPSA Editore – 1991
DAOYIN YANGSHENG GONG
di Zhang Guangde
17 x 24 – 180 pag.
IPSA Editore – 1992
Dopo l&#8217;India, la Cina.
Mutano gli orizzonti, cambia la cultura, si modifica il modello corporeo di riferimento.
Se il mondo occidentale è teso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>SU NU KING<br />
La via della felicità sessuale nella Cina Antica.<br />
commento a cura di Maurice Mussat<br />
17 x 24 – 150 pag.<br />
IPSA Editore – 1991</strong></p>
<p><strong>DAOYIN YANGSHENG GONG<br />
di Zhang Guangde<br />
17 x 24 – 180 pag.<br />
IPSA Editore – 1992</strong></p>
<p>Dopo l&#8217;India, la Cina.<br />
Mutano gli orizzonti, cambia la cultura, si modifica il modello corporeo di riferimento.<br />
Se il mondo occidentale è teso a separare la mente dal corpo ( cfr. &#8220;autunno 2004&#8243; ) e quello Indiano ad oltrepassare il corpo ( cfr. &#8220;primavera 2005&#8243; ), la cultura Cinese fa della ricerca dell&#8217;equilibrio il punto nodale della propria vicenda umana.<br />
<span id="more-28"></span></p>
<p>Il corpo in Cina, così come tutto ciò che esiste nell&#8217;universo, viene vissuto come un continuo alternarsi di fasi energetiche, complementari l&#8217;una all&#8217;altra.<br />
Questa felice intuizione ha sospinto potentemente la scienza Cinese lungo la via della comprensione della corporeità umana, mettendo a nostra disposizione una quantità veramente enorme di conoscenze sulle attività dell&#8217;organismo e sul loro mutuo situarsi, per l&#8217;appunto, in equilibrio.</p>
<p>D&#8217;altro canto, il percepire il corpo come qualcosa di potenzialmente <strong>sbilanciabile</strong>, squilibrabile, ha costretto a volte la Civiltà Cinese a degradare la ricerca dello &#8220;star bene&#8221; a sterile manierismo, a eccessivo controllo delle attività umane.<br />
L&#8217;intuizione diviene nel tempo rigida norma, il muoversi, l&#8217;abitare, perfino il fare l&#8217;amore vengono sottoposti a divieti e permessi che, originariamente tesi al miglioramento del vivere divengono, nel corso dei secoli, vere e proprie gabbie comportamentali.</p>
<p>Tra i tanti testi che illustrano tale evoluzione ho scelto questi due libri, entrambi della IPSA Editore.</p>
<p>SU NU KING è in un certo modo lo specchio fedele di come le conoscenze scientifiche Cinesi, applicate in questo caso alla sessualità, abbiano permesso la comprensione in maniera veramente approfondita delle modalità di relazione &#8220;fisiologica&#8221; dell&#8217;organismo umano nell&#8217;intimità. Queste conoscenze hanno spesso costretto tale relazione nella ritualizzazione eccessiva, pagando così il prezzo della perdita della spontaneità del gesto, divenuto continua ricerca di un equilibrio sempre in procinto di modificarsi.<br />
L&#8217;atto sessuale viene interpretato come un gesto naturale, ma per l&#8217;uomo-yang esso diviene contemporaneamente &#8220;il modo&#8221; per perdere la propria energia a vantaggio della donna-yin attraverso l&#8217;eiaculazione e &#8220;morire&#8221;. Occorre invece far muovere la donna in modo che essa ceda all&#8217;uomo la sua forza.<br />
Vengono così sviluppate e poste in atto una serie di prescrizioni atte a conservare lo sperma, mentre la donna diviene la concubina da usare nella maniera più appropriata.</p>
<p>DAOYIN YANGSHENG GONG vuole essere una guida autorevole alla pratica del Daoyin, vera e propria ginnastica mirata ad influenzare beneficamente gli organi corporei.<br />
Di nuovo, lo sforzo di allungare e tenere in salute la vita viene pagato con il controllo eccessivo delle sue variabili ed il corpo Cinese, lungi dall&#8217;essere un organismo che esprime le passioni di cui è impastato, diviene il corpo del saggio, attento a non disperdere nemmeno una frazione della propria energia.</p>
<p>Corpo diviso in Occidente, corpo oltrepassato in India, corpo sbilanciato in Cina: tre modelli apparentemente lontani uno dall&#8217;altro, che hanno dato vita a tre culture profondamente diverse.<br />
All&#8217;angoscia di morte che accompagna la nostra esistenza, ognuna di queste culture ha dato risposte differenti, cogliendo della corporeità solo alcuni aspetti per farne poi degli assoluti, veri e propri punti di osservazione da cui scrutare il mondo.</p>
<p>Torneremo ovviamente su questa questione, perché tutto ruota attorno alla nostra inevitabile paura di morire.<br />
Per adesso continuiamo il nostro viaggio, godendoci la lettura di questi due splendidi volumi.</p>
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		<title>Il corpo al di là dell&#8217;occidente: I parte. L&#8217;India.</title>
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		<pubDate>Sun, 22 May 2005 14:37:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Faccin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[chakra]]></category>
		<category><![CDATA[corpo]]></category>
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		<description><![CDATA[M. Albanese, G. Cella, F. Zanchi,
I Chakra &#8211; L&#8217;Universo in noi.
13 x 19 – 126 pag.
Xenia – 1996
Che cosa significa &#8220;corpo&#8221; nelle culture diverse dalla nostra?
Se in occidente il corpo è stato progressivamente diviso in tante parti (anima &#8211; fisico – mente – spirito &#8211; muscoli – psiche &#8211; sistema nervoso conscio – sistema vegetativo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>M. Albanese, G. Cella, F. Zanchi,<br />
I Chakra &#8211; L&#8217;Universo in noi.<br />
13 x 19 – 126 pag.<br />
Xenia – 1996</strong></p>
<p>Che cosa significa &#8220;corpo&#8221; nelle culture diverse dalla nostra?<br />
Se in occidente il corpo è stato progressivamente diviso in tante parti (anima &#8211; fisico – mente – spirito &#8211; muscoli – psiche &#8211; sistema nervoso conscio – sistema vegetativo inconscio, ecc. ecc.), quali sono i modelli corporei adottati a guisa di bussola di riferimento dall’uomo non occidentale per poter vivere al meglio nel suo ambiente?<br />
<span id="more-16"></span><br />
Continuiamo il nostro viaggio alla ricerca di una comprensione più approfondita della corporeità, e lo facciamo attraverso la lettura di questo bel saggio, che ci permette di penetrare almeno in parte i misteri del <strong>mondo Indiano</strong>.<br />
Le autrici (M. Albanese docente di cultura indiana, G. Cella insegnante di Yoga e F. Zanchi, ginecologa), attraverso un continuo confronto tra le conoscenze proprie della cultura indiana e i dati scientifici occidentali rendono comprensibile una modalità di essere corpo a prima vista lontanissima dalla nostra.</p>
<p>Costantemente teso verso la perfezione, il saggio indiano &#8220;oltrepassa&#8221; il corpo per arrivare all&#8217;illuminazione, all&#8217;essere uno con il divino. Questa ricerca lo costringe ad allontanarsi da ciò che è per sua natura deteriorabile per poter diventare, in qualche modo, eterno.<br />
Paradossalmente, nel tentare questa impresa l&#8217;India ci regala una nuova modalità di comprensione del funzionamento del nostro organismo, in particolare della sua parte deteriorabile per eccellenza, quella cioè del sistema viscerale.</p>
<p>Potenza delle contraddizioni: in occidente, a partire da Platone in poi, il tentativo di comprendere l&#8217;uomo ha significato <strong>fare a pezzi</strong> il corpo, frustrando continuamente la nostra capacità di essere fino in fondo noi stessi. Ma, da questo incessante suddividere la natura umana e l&#8217;ambiente in cui l&#8217;uomo vive, è nato il mondo tecnologico così come noi oggi lo conosciamo, con tutti i suoi problemi ma anche con tutti i suoi vantaggi, il primo dei quali consiste nella possibilità che ci viene data di poter vivere meglio dei nostri predecessori.<br />
Analogamente, l’India ha vissuto dell’<strong>oltrepassamento</strong> del corpo, ma nello studiare la vita per andare oltre, ha portato alla luce una mole davvero imponente di conoscenze sul funzionamento dell’organismo umano.</p>
<p>Sbalorditiva è risultata essere la capacità di analisi dei protoscienziati Indiani che, senza strumenti, senza esami di laboratorio o sofisticate elaborazioni statistiche, sono riusciti a cogliere le modalità di adattamento del nostro sistema vegetativo alla vita quotidiana. Distribuiti lungo la colonna vertebrale, i gangli neurovegetativi ( chakra ) regolano la nostra corporeità                          ( dall&#8217; assimilazione al dipanarsi del pensiero ); la comprensione del loro funzionamento ci permette di cogliere appieno una verità che ormai sembra dimenticata in occidente: la struttura corporea maschile è fatta per penetrare, per muoversi in avanti; quella femminile è fatta per essere penetrata, per avvolgere.</p>
<p>Corpo maschile che spinge, corpo femminile che avvolge.</p>
<p>Dopo una psicologia dimentica della corporeità e una filosofia che ha smarrito le differenze tra i sessi, lo studio del nostro essere corpo può trovare in questo agile testo una interessante segnaletica che ci guidi nel nostro cammino.</p>
<p>Vale quindi la pena leggere questo libro, per trarne i risvolti positivi e allargare così la conoscenza che abbiamo di noi stessi.</p>
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		<title>corpo</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Oct 2004 14:26:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Faccin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Un libro per ogni stagione]]></category>
		<category><![CDATA[corpo]]></category>
		<category><![CDATA[emozione]]></category>
		<category><![CDATA[esperienza]]></category>
		<category><![CDATA[nudità]]></category>
		<category><![CDATA[stazione eretta]]></category>

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		<description><![CDATA[Umberto Galimberti
Il corpo
13 x 19 – 605 pag.
Feltrinelli &#8211; 2002
Che cos’è un corpo o, meglio, che cos’è il corpo?
Pubblicato per la prima volta nel 1983, uscito in numerose edizioni, aggiornato e ripubblicato nel 2002, questo saggio di U. Galimberti percorre per intero le dinamiche corporee ed il loro articolarsi nel rapporto con il mondo, con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Umberto Galimberti<br />
Il corpo<br />
13 x 19 – 605 pag.<br />
Feltrinelli &#8211; 2002</strong></p>
<p>Che cos’è un corpo o, meglio, che cos’è il corpo?<br />
Pubblicato per la prima volta nel 1983, uscito in numerose edizioni, aggiornato e ripubblicato nel 2002, questo saggio di U. Galimberti percorre per intero le dinamiche corporee ed il loro articolarsi nel rapporto con il mondo, con ciò che è altro da sé. Il corpo che Galimberti descrive è il corpo vero, quella originaria apertura alla vita che fa di noi bipedi umani una specie assolutamente unica rispetto al resto del mondo animale. Non una mente che comanda una carne nè un computer che muove delle leve, ma una presenza che, avendo raggiunto il controllo dello spazio e del tempo, costruisce il proprio mondo invece di adattarsi all&#8217;ambiente. Ma per costruire bisogna circoscrivere:  il gesto, la temporalità, la spazialità, l’intenzione, l&#8217;emozione, attraverso l’analisi dell’autore si mostrano carichi dei limiti loro imposti dallo sviluppo culturale, filosofico e religioso dell’occidente.<span id="more-14"></span><br />
Galimberti, mettendo in luce la progressiva schiavitù a cui è stato ridotto il corpo, nelle forme della carne da redimere, dell’organismo da sanare, dell’oggetto da vestire, ne svela allo stesso tempo la primigenia ambivalenza, punto di riferimento per le culture primitive, che non conoscevano i dualismi corpo – anima, conscio – inconscio, a cui noi moderni siamo oramai assuefatti.<br />
L’obiettivo del saggio non mira solamente alla “ liberazione del corpo ”, quanto piuttosto nel ritrovare la sua <strong>innocenza</strong> dove, per innocenza, si intende <em>il corpo in quanto impegnato in un mondo, con il suo spazio che non è geometrico, il suo tempo che non è cronologico, dove il mondo si raccoglie in quel mondo – ambiente in cui si dispiegano le sue cose, tra quelle distanze che sono proporzionali ai suoi gesti, accompagnati da quelle parole che giungono fin dove giunge il suono della sua voce</em> ( pag. 13 ).</p>
<p>Che cosa resta, di questa innocenza possibile, nell’occidente del III millennio?<br />
Siamo ancora il nostro corpo o ci siamo ormai ridotti unicamente ad abitarlo?<br />
Ma quale corpo?<br />
Il filosofo a questo punto non è più in grado di rispondere perchè, confondendo l&#8217;espressione corporea ( originariamente<em> </em><strong><em>maschile</em> </strong>o<strong><em> femminile</em></strong> ) con il percorso esistenziale che ci permette di divenire maschi o femmine ( di per sé ambivalente ), degrada anche la corporeità a dato relativo.<br />
Quasi si trattasse di un prodotto del pensiero, l&#8217;espressione del corpo non viene più riconosciuta nelle sue due forme, e tutto il &#8221; filosofare &#8221; si avvita attorno alla &#8221; coscienza &#8220;, che invece del corpo è prodotto, non produttore.</p>
<p>Dunque <em><strong>corpo maschile e corpo femminile</strong></em>, per andare oltre la filosofia, dopo aver abbandonato la psicologia.</p>
<p>Cercare il senso della propria corporeità è forse il primo passo per essere consapevoli della propria esistenza; si può non essere d’accordo con le conclusioni a cui perviene Galimberti, ma in ogni caso questo suo lavoro è fonte di profonda riflessione nonché di amare considerazioni nel constatare quanto spesso banalizziamo l’unico modo che abbiamo per esistere, ciò che in fondo in fondo noi siamo: il nostro corpo.</p>
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