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	<title>Eccehomo &#187; maschio</title>
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	<description>Ritorno alla vita</description>
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		<title>Il corpo orientato: III parte</title>
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		<pubDate>Thu, 22 May 2008 15:52:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Faccin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Un libro per ogni stagione]]></category>
		<category><![CDATA[consapevolezza]]></category>
		<category><![CDATA[esperienza]]></category>
		<category><![CDATA[maschio]]></category>

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		<description><![CDATA[ESSERE UOMINI
C. Risè
12,5 x 19, 127 pag.
Edizioni red! – 2002
Che cosa vuol dire &#8220;divenire se stessi&#8221;?
Questa è la domanda che ci sta accompagnando nel nostro viaggio culturale teso alla comprensione della corporeità.
Nella recensione precedente, Claudio Risè aveva reso consapevoli noi maschi della necessità di tornare ad attingere alle forze primordiali della natura per ritrovare sé [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>ESSERE UOMINI<br />
C. Risè<br />
12,5 x 19, 127 pag.<br />
Edizioni red! – 2002</strong></p>
<p>Che cosa vuol dire &#8220;divenire se stessi&#8221;?<br />
Questa è la domanda che ci sta accompagnando nel nostro viaggio culturale teso alla comprensione della corporeità.<br />
Nella recensione precedente, Claudio Risè aveva reso consapevoli noi maschi della necessità di tornare ad attingere alle forze primordiali della natura per ritrovare sé stessi.<br />
Con &#8220;Essere uomini&#8221;, l’autore dà un senso a questa <strong>immersione nel bosco</strong>, necessaria per riscoprire il proprio Fallo ( proprio con la maiuscola, a sottolinearne l’importanza ), che nel suo ergersi simboleggia tutto il vissuto dell’uomo.<br />
<span id="more-42"></span></p>
<p>E, di vera e propria riscoperta si tratta, visto il tipo di società nella quale viviamo, fortemente improntata ad avvolgere l’uomo in un mortifero abbraccio &#8220;mammone&#8221;.</p>
<p>&#8220;<em>L’uomo occidentale è diventato, per ora, più ricco. Ma ha perso la forza e la sicurezza, oltre che il piacere, del proprio fallo, dell’aspetto più profondo, e fondativo della propria identità maschile.<br />
La tragedia dell’Occidente, il suo cupo inabissarsi tra montagne di merci inutili che, divenute subito spazzatura, conquistano alla propria natura di rifiuti il corpo degli umani, quello della terra e degli animali, e le stesse parole e opere artistiche dell’uomo ( divenute ormai merci rapidamente deperibili, trash ), si accelera paurosamente quando l’essere umano, di genere maschile, smette di trasmettere al giovane maschio e al figlio il piacere e il vincolo di donare. Quando la figura paterna, da chiunque rappresentata, cessa di iniziare i giovani maschi all’esercizio più pieno della dimensione fallica e smette di insegnare loro a prendersi cura degli altri e del loro sviluppo</em>&#8221; ( pag. 111 – 112 ).</p>
<p>Inibire, costringere al silenzio la forza fallica, non voler accettare il simbolo di cui il Fallo è portatore, il suo esporsi, lanciarsi, il suo gettare nel mondo la propria energia maschile significa infatti far morire l’umanità intera, che non può sopravvivere quando uno dei due poli nei quali si articola cessa di svolgere il compito per il quale è stato concepito.</p>
<p>Urge una vera e propria educazione ad essere maschi, perché maschi non si nasce, si diventa, passando attraverso continue iniziazioni che hanno il compito di renderci consapevoli della nostra corporeità, di quel nostro essere &#8220;altro&#8221; dal corpo di nostra madre.<br />
Attraverso ripetuti &#8220;tagli di cordone ombelicale&#8221;, il bambino, l’adolescente, il giovane maschio si scoprono portatori di una forza che li aiuta non solo ad andare avanti, ma ad andare in una precisa direzione, in un senso appunto.</p>
<p>&#8220;<em>Scopri allora che la tua vita ha un senso, una direzione, e un interesse, proprio in quanto è la tua propria vita, di te come essere umano, di genere maschile.<br />
Il senso è legato, anche, a quel segno che hai sul tuo corpo.<br />
Che non è un oggetto ridicolo, e non è neppure solo un segno. Ma è proprio un simbolo, quello del Fallo, la rappresentazione massima della forza vitale di cui sei portatore. Il significante massimo, il simbolo dei simboli. Che tu devi imparare a conoscere, di cui devi amministrare il sapere, perché ad esso corrisponde il tuo potere.<br />
Il Fallo ti insegna. Innanzi tutto, quando da pene diventa appunto Fallo, simile a quello graffito nelle caverne o sugli ascensori, e punta verso l’<strong>alto</strong>. E così ti dice subito che il tuo potere specifico, di maschio, non è il potere sugli altri, quello a cui pensano appunto gli schiavi appena liberati. O le donne quando si mettono a fare i maschi: proprio perché il Fallo non ce l’hanno, lo scimmiottano, lo interpretano per ciò che sembra, da fuori, e non per ciò che è, da dentro.<br />
Il potere sugli altri non importa a nulla a te in quanto maschio; lo desideri solo quando diventi insicuro, debole, spaventato.<br />
Ciò che invece importa davvero, e da cui dipende il senso della tua vita, è il <strong>potere su di te</strong>. Il poter far crescere ed esprimere il tuo sapere. O semplicemente le tue qualità: la tua forza, la tua intelligenza, la tua intuizione. Il seme di cui tu sei portatore, in quanto portatore di Fallo, e di cui il mondo può servirsi, nutrirsi. Farlo circolare, scambiare, ma soprattutto <strong>donarlo</strong>. E’ questa la tua vocazione e la tua condanna</em>&#8221; ( pag. 24 ).</p>
<p>Essere maschi significa primariamente essere capaci di ergersi, di puntare in alto, donando se stessi.</p>
<p>Ma <strong>sollevare la testa e donare</strong> sono due gesti che fanno a pugni con la società moderna: <em>( nella nostra società ) non puoi avere come simbolo il Fallo, la cui forza psichica rappresenta energia gettata, donata, sparsa senza calcolo, ed essere avido e avaro, come deve essere l’homo oeconomicus teorizzato da Adam Smith, l’eroe calcolatore del capitalismo trionfante. Per passare dall’antieconomica generosità fallica all’avarizia liberista, devi prima far fuori quel simbolo ingombrante, il Fallo, appunto</em> ( pag. 27 ).</p>
<p>Così, il Fallo è stato retrocesso a semplice pene, entità anatomica apparentemente certa, in realtà appendice corporea svuotata di ogni forza propria.<br />
Il bombardamento continuo di immagini erotizzanti, la natura esplicitamente pornografica di gran parte della pubblicità hanno lo scopo di azzerare la dimensione carnale del nostro vivere, per sostituirla con una realtà virtuale, &#8220;pensata&#8221; e, in quanto tale, finta.<br />
All’interno di questa realtà virtuale, noi ci muoviamo ormai non più come donatori di senso, ma come lavoratori – consumatori, che lavorano sempre di più per poi consumare sempre di più.</p>
<p>I nuovi schiavi, senza nemmeno la coscienza di essere tali.</p>
<p><strong>Ma come è potuto accadere questo?</strong></p>
<p>Claudio Risè descrive molto bene il cammino percorso negli ultimi duecento anni dal maschio occidentale, costretto ad abbandonare i propri simboli per divenire un’appendice della “ macchina “ che si era illuso di poter governare, divenendo il maschio pene-portafoglio-automobile, quello che si vergogna di essere se stesso.</p>
<p>Né le cure a cui si è rivolto sembrano averlo aiutato:</p>
<p>- non gli basta l’approccio psicoterapeutico ( cfr. primavera 2004 A. Miller ), perché tutte le terapie del pensiero si sviluppano a partire dalla divisione mente – corpo, mentre mai come oggi l’uomo avverte di essere uno e indivisibile;</p>
<p>- percepisce insufficiente l’aiuto filosofico ( autunno 2004, U. Galimberti ) perché, pur superando finalmente ogni dualismo, il filosofo moderno quando parla dell’uomo evita di avventurarsi in ciò che differenzia il maschio dalla femmina, descrivendo un’umanità apparentemente sola con sé stessa, prigioniera della cultura da essa stessa creata;</p>
<p>- nemmeno l’oriente offre una risposta esaustiva, stretto com’è tra la spinta a fuggire dal mondo proposta dalla cultura dell’ India ( primavera 2005 ) e la continua ricerca di un equilibrio impossibile, propria del pensiero Cinese ( autunno 2005 ).</p>
<p>Prigioniero di pulsioni mal gestite ( primavera 2006, &#8220;Il ventre, la danza e il tantra&#8221; ) e necessità del mondo tecnologico ( autunno 2006, &#8220;Psiche e techne&#8221; ) , l’uomo moderno sta divenendo rapidamente un androgino zombie.<br />
<strong><br />
Ma, ritrovare sé stessi è possibile, a patto di riappropriarsi della originaria diversità esistente tra maschio e femmina, con il loro diverso modo di sentire, di provare un sentimento: il sentimento come base dell’essere, come modalità principale per viaggiare nel mondo ( primavera 2007, R. De Monticelli, A. Baricco ), che nasce, si sviluppa e permette all’essere umano di guardare in faccia il proprio lato selvatico ( autunno 2007, C. Risè ).</strong></p>
<p><strong>Il corpo come manifestazione del sentimento.</strong></p>
<p><strong>Ritrovare sé stessi per orientarsi verso l’altro.</strong></p>
<p>Ritrovare se stessi, per noi maschi, significa ritrovare il proprio fallo, anzi, il Fallo:</p>
<p>- perchè ci insegna concretamente, e carnalmente, a puntare in alto rimanendo saldamente ancorati alla terra;</p>
<p>- perchè ci mette di fronte alla nostra forza, per sua natura altalenante e bisognosa di pause, prima di lanciarsi verso nuove sfide;</p>
<p>- perchè risveglia in noi la figura dell’errante, del nomade, che silenziosamente ci libera dai legami del consumistico mondo in cui viviamo;</p>
<p>- perchè fa emergere in tutto il suo splendore il guerriero che è in noi, che magari nel suo impeto sbaglia, ma che ci permette di creare, anche attraverso il conflitto, uno spazio di libertà;</p>
<p>- perchè, infine, ci rende consapevoli della capacità donativa maschile, di quel gettare senza riserve il proprio seme nel mondo per farlo germogliare.</p>
<p><strong><em>Orientarsi verso l’altro carnalmente, fidarsi del proprio corpo, divenire il proprio corpo, con quella riconoscenza per essere stati concepiti e poi messi al mondo che non è mai data a priori, ma va maturata nel tempo, facendone esperienza muovendosi.<br />
Muoversi verso il bosco e lì perdersi, liberarsi</em>.</strong></p>
<p><strong><em>Trovare in esso gli odori, i sapori, i rumori, i contatti, le visioni che nutrono il cuore.</em></strong></p>
<p><strong><em>Così da poter guardare in faccia i propri lati oscuri e la solitudine che li accompagna, e sentirsi uomini in cammino, guerrieri erranti pronti a donare la vita, capaci di puntare in alto perché consapevoli della propria forza e del suo destino.</em></strong></p>
<p><strong><em>Il movimento verso l’altro da sé come sentimento primario.</em></strong></p>
<p><strong><em>Fare esperienza muovendosi.</em></strong></p>
<p><strong><em>Fermarsi è malattia.</em></strong></p>
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		<title>Il corpo orientato: II parte</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Oct 2007 15:47:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Faccin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Un libro per ogni stagione]]></category>
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		<category><![CDATA[maschio]]></category>

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		<description><![CDATA[IL MASCHIO SELVATICO
C. Risè
12,5 x 19, 166 pag.
Edizioni red! – 2002
&#8220;Fare esperienza muovendosi.&#8221; Con queste parole si concludeva la recensione precedente ( cfr. primavera 2007 ) cogliendo, nella tensione emotiva che trapelava dagli scritti di Roberta De Monticelli e di Alessandro Baricco, l&#8217;inquietudine di chi cerca di comprendere la trasformazione del senso del corpo a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>IL MASCHIO SELVATICO<br />
C. Risè<br />
12,5 x 19, 166 pag.<br />
Edizioni red! – 2002</strong></p>
<p>&#8220;<strong>Fare esperienza muovendosi.</strong>&#8221; Con queste parole si concludeva la recensione precedente ( cfr. primavera 2007 ) cogliendo, nella tensione emotiva che trapelava dagli scritti di Roberta De Monticelli e di Alessandro Baricco, l&#8217;inquietudine di chi cerca di comprendere la trasformazione del senso del corpo a cui tutti siamo sottoposti, in questo inizio di III millennio.<br />
<span id="more-40"></span></p>
<p>Il cambiamento in corso, che da una parte ci chiama ad approfondire la nostra percezione emotiva ( De Monticelli ) e dall&#8217;altra ci invita a sperimentare la molteplicità delle esperienze corporee garantite dall&#8217;evoluzione tecnologica ( Baricco ) rischia di travolgerci se prima non abbiamo almeno in parte compreso chi siamo.<br />
Per questo abbiamo iniziato, attraverso le recensioni precedenti, un percorso culturale tra le varie società umane, trovando in ognuna di esse la testimonianza del tentativo di comprendere il proprio corpo, cioè noi stessi.<br />
Ovunque, tranne che in Occidente, abbiamo incontrato modelli interpretativi del vivere fortemente chiusi in sé stessi, nei quali ogni attività umana è stata nel tempo rigidamente codificata.<br />
Proprio tale rigidità è risultata essere alla fine il freno allo sviluppo di queste culture, incapaci di adattarsi all&#8217;evoluzione tecnologica.</p>
<p>Così, mentre l&#8217;Occidente, impaurito dal proprio sviluppo, viene sempre più attratto da tutto ciò che in qualche modo si rifà ad una dimensione apparentemente meno tecnica del vivere ( nei decenni scorsi l&#8217;India, poi il sud del mondo; ora è &#8220;in arrivo” la Cina ), il resto della popolazione mondiale va abbandonando le proprie antiche regole per passare dalla cultura tradizionale a quella tecnologica.</p>
<p>A soffrire maggiormente di questo disorientamento sembra essere il maschio Occidentale, stretto tra le richieste dell&#8217;ambiente in cui vive ( cfr &#8220;Psiche e techne&#8221; ) e un sempre più evidente bisogno di re-identificarsi.</p>
<p><strong>L&#8217;uomo del III millennio ha un bisogno vitale di sentirsi prima di tutto maschio, poichè tutto attorno a sé sembra condurlo ad un insensato rimescolamento dei generi.</strong></p>
<p>La figura che è venuta a mancare ( complici due guerre mondiali che hanno ucciso milioni di uomini e uno sviluppo tecnologico senza precedenti che prevede, per il suo funzionamento, la intercambiabilità totale tra maschi, femmine e macchine), è stata quella del <strong>padre</strong>.<br />
La figura che, con la sua sola presenza, colloca il figlio nel mondo, trasmettendogli l&#8217;identità.<br />
Afferma infatti Claudio Risè, in questo suo splendido saggio: &#8221; <em>Non c&#8217;è dubbio che senza la capacità, l&#8217;iniziativa espressa dalle donne negli ultimi quarant&#8217;anni, sia nella famiglia sia nella società, la situazione sarebbe molto peggiore per tutti, a cominciare dai maschi.<br />
Tuttavia ci sono molte cose, indispensabili a una piena vita maschile, che una donna non può trasmettere. Si tratta, in particolare, dell&#8217;istinto maschile, che la donna non ha.<br />
Ci sono donne che hanno insegnato a uomini-bambini a essere coraggiosi, ad avventurarsi nella natura, a girare il mondo, a rischiare per le proprie idee. Che hanno cercato di trasmettere loro le figure interiori del guerriero ( che difende, a rischio della vita, i confini del suo territorio, anche psicologico ), del cacciatore ( che cerca l&#8217;animale, l&#8217;istinto, lo cattura, lo mangia, lo introietta ), dell&#8217;amante ( che ama il femminile nella sua bellezza e diversità, e lo onora ).<br />
Ci sono anche uomini-figli che hanno imparato tutto questo.<br />
Ma nella loro relazione con la propria identità maschile è rimasto un buco che li rende in qualche modo vacillanti. E&#8217; un vuoto pieno di nostalgia, di un amore che non può esprimersi.<br />
L&#8217;amore per il padre che non c&#8217;è stato.<br />
Una figura che silenziosamente, senza parole, con la sola vicinanza fisica, portando il figlio nei suoi luoghi amati, gli trasmetta personalmente le immagini indispensabili affinché la sua vita possa continuare nella gioia: il viaggiatore in terre sconosciute, l&#8217;eremita, l&#8217;amante.<br />
Solo attraverso la trasmissione personale, l&#8217;iniziazione al maschile passata da un uomo all&#8217;altro, il giovane integra in sé, naturalmente, il tono affettivo maschile. Ed entra in sintonia reale e profonda col mondo degli uomini.<br />
Altrimenti la situazione è quella del sogno, descritto da Robert Bly, di un giovane cresciuto in un ambiente dominato da figure femminili. Il giovane sogna di correre in un branco di lupe. Il branco arriva al fiume. Le lupe si sporgono sull&#8217;acqua che riflette la loro immagine. Anche il giovane guarda, ma non vede nulla. La sua identità maschile, nel viaggio con queste donne forti e coraggiose, non ha potuto formarsi: lo specchio della natura non la riflette </em>&#8221; (pag. 129 – 130 ).</p>
<p>Solo un uomo è in grado di trasmettere la propria mascolinità ad un altro uomo: di fronte alla trasmissione esperienziale ( &#8221; di padre in figlio &#8221; ) la divisione mente-corpo e tutte le &#8221; psicologie &#8221; ritrovano la loro giusta collocazione, quella cioè di rappresentare dei modelli interpretativi del nostro vissuto, non il vissuto in toto.</p>
<p>Solo il padre è in grado di fornire al figlio la forza per superare la paura di vivere, &#8221; raccontandogli &#8221; sé stesso, portandolo nel bosco ad attingere alle forze della natura, quelle forze che, da sempre, nutrono la parte selvatica che è in noi.<br />
Queste considerazioni, apparentemente ovvie, vengono poi smentite dalla quotidianità: ogni giorno assistiamo alla rappresentazione di un maschio che ha paura di sé stesso.</p>
<p><strong>Abbiamo paura di venire emarginati all&#8217;interno della società in cui viviamo, facilmente ne diventiamo dipendenti, in una sorta di prolungamento infinito dell&#8217;attaccamento alla figura materna. Al di là della apparente rincorsa al successo e al denaro, ci intimorisce la percezione di dover affrontare delle vere e proprie iniziazioni, a cui la nostra società non ci prepara più.</strong></p>
<p>E così, cullati da un tessuto sociale sempre &#8221; più mammone &#8220;, cominciamo ad aver paura della nostra stessa forza, di quell&#8217;essere <strong>selvatici</strong> che è l&#8217;essenza dell&#8217;essere maschi.<br />
Claudio Risè illustra sapientemente questi concetti dando al lettore, attraverso l&#8217;utilizzo delle saghe medioevali, anche alcuni strumenti per ritrovare sé stesso, a partire dal contatto rinnovato e ritrovato con la natura.</p>
<p>&#8220;<em>Il giovane maschio, specie se inserito in una situazione sociale che preferisce il manierismo alla spontaneità, ha un bisogno vitale di entrare nello spazio fisico e psicologico del selvatico.<br />
Senza questa iniziazione al lato oscuro dell&#8217;energia maschile, l&#8217;uomo soffre di un vuoto.<br />
Che può manifestarsi direttamente in forma di depressione, come accade con sempre maggiore frequenza dall&#8217;inizio degli anni Novanta. Oppure può manifestarsi con i toni e i modi della mania: il maschio &#8221; vuoto &#8221; sarà in questo caso in movimento continuo, per non affrontare mai il buco che sente dentro di sé.<br />
In entrambi i casi l&#8217;uomo soffre di una nostalgia. Il selvatico è lontano, e con lui una parte dell&#8217;energia maschile senza la quale un uomo non può vivere con pienezza la propria esistenza </em>( pag. 79 ).</p>
<p>Il bosco come sistema passante ( cfr. primavera 2007 ), come luogo generante e iniziatico, dove la forza presenta i suoi lati più oscuri, il suo pulsare ritmico e altalenante in cui immergersi fino a ritrovare il proprio OM SELVAREK, il proprio lato selvatico e, attraverso questo passaggio, divenire compiutamente uomini.</p>
<p><strong>Muoversi verso il bosco e lì perdersi, liberarsi.<br />
Trovare in esso gli odori, i sapori, i rumori, i contatti, le visioni che nutrono il cuore.<br />
Così da poter guardare in faccia i propri lati oscuri e la solitudine che li accompagna, e sentirsi uomini in cammino.</strong></p>
<p>Il nostro concetto-guida ( cfr. primavera 2007 ) diventa così:</p>
<p><strong>Orientarsi verso l&#8217;altro carnalmente, fidarsi del proprio corpo, divenire il proprio corpo, con quella riconoscenza per essere stati concepiti e poi messi al mondo che non è mai data a priori, ma va maturata nel tempo, facendone esperienza muovendosi.<br />
Muoversi verso il bosco e lì perdersi, liberarsi.<br />
Trovare in esso gli odori, i sapori, i rumori, i contatti, le visioni che nutrono il cuore.<br />
Così da poter guardare in faccia i propri lati oscuri e la solitudine che li accompagna, e sentirsi uomini in cammino.</strong></p>
<p><strong>Il movimento verso l&#8217;altro da sé come sentimento primario.</strong></p>
<p><strong>Fare esperienza muovendosi. Fermarsi è malattia.</strong></p>
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