ESSERE UOMINI
C. Risè
12,5 x 19, 127 pag.
Edizioni red! – 2002

Che cosa vuol dire “divenire se stessi”?
Questa è la domanda che ci sta accompagnando nel nostro viaggio culturale teso alla comprensione della corporeità.
Nella recensione precedente, Claudio Risè aveva reso consapevoli noi maschi della necessità di tornare ad attingere alle forze primordiali della natura per ritrovare sé stessi.
Con “Essere uomini”, l’autore dà un senso a questa immersione nel bosco, necessaria per riscoprire il proprio Fallo ( proprio con la maiuscola, a sottolinearne l’importanza ), che nel suo ergersi simboleggia tutto il vissuto dell’uomo.

E, di vera e propria riscoperta si tratta, visto il tipo di società nella quale viviamo, fortemente improntata ad avvolgere l’uomo in un mortifero abbraccio “mammone”.

L’uomo occidentale è diventato, per ora, più ricco. Ma ha perso la forza e la sicurezza, oltre che il piacere, del proprio fallo, dell’aspetto più profondo, e fondativo della propria identità maschile.
La tragedia dell’Occidente, il suo cupo inabissarsi tra montagne di merci inutili che, divenute subito spazzatura, conquistano alla propria natura di rifiuti il corpo degli umani, quello della terra e degli animali, e le stesse parole e opere artistiche dell’uomo ( divenute ormai merci rapidamente deperibili, trash ), si accelera paurosamente quando l’essere umano, di genere maschile, smette di trasmettere al giovane maschio e al figlio il piacere e il vincolo di donare. Quando la figura paterna, da chiunque rappresentata, cessa di iniziare i giovani maschi all’esercizio più pieno della dimensione fallica e smette di insegnare loro a prendersi cura degli altri e del loro sviluppo
” ( pag. 111 – 112 ).

Inibire, costringere al silenzio la forza fallica, non voler accettare il simbolo di cui il Fallo è portatore, il suo esporsi, lanciarsi, il suo gettare nel mondo la propria energia maschile significa infatti far morire l’umanità intera, che non può sopravvivere quando uno dei due poli nei quali si articola cessa di svolgere il compito per il quale è stato concepito.

Urge una vera e propria educazione ad essere maschi, perché maschi non si nasce, si diventa, passando attraverso continue iniziazioni che hanno il compito di renderci consapevoli della nostra corporeità, di quel nostro essere “altro” dal corpo di nostra madre.
Attraverso ripetuti “tagli di cordone ombelicale”, il bambino, l’adolescente, il giovane maschio si scoprono portatori di una forza che li aiuta non solo ad andare avanti, ma ad andare in una precisa direzione, in un senso appunto.

Scopri allora che la tua vita ha un senso, una direzione, e un interesse, proprio in quanto è la tua propria vita, di te come essere umano, di genere maschile.
Il senso è legato, anche, a quel segno che hai sul tuo corpo.
Che non è un oggetto ridicolo, e non è neppure solo un segno. Ma è proprio un simbolo, quello del Fallo, la rappresentazione massima della forza vitale di cui sei portatore. Il significante massimo, il simbolo dei simboli. Che tu devi imparare a conoscere, di cui devi amministrare il sapere, perché ad esso corrisponde il tuo potere.
Il Fallo ti insegna. Innanzi tutto, quando da pene diventa appunto Fallo, simile a quello graffito nelle caverne o sugli ascensori, e punta verso l’alto. E così ti dice subito che il tuo potere specifico, di maschio, non è il potere sugli altri, quello a cui pensano appunto gli schiavi appena liberati. O le donne quando si mettono a fare i maschi: proprio perché il Fallo non ce l’hanno, lo scimmiottano, lo interpretano per ciò che sembra, da fuori, e non per ciò che è, da dentro.
Il potere sugli altri non importa a nulla a te in quanto maschio; lo desideri solo quando diventi insicuro, debole, spaventato.
Ciò che invece importa davvero, e da cui dipende il senso della tua vita, è il potere su di te. Il poter far crescere ed esprimere il tuo sapere. O semplicemente le tue qualità: la tua forza, la tua intelligenza, la tua intuizione. Il seme di cui tu sei portatore, in quanto portatore di Fallo, e di cui il mondo può servirsi, nutrirsi. Farlo circolare, scambiare, ma soprattutto donarlo. E’ questa la tua vocazione e la tua condanna
” ( pag. 24 ).

Essere maschi significa primariamente essere capaci di ergersi, di puntare in alto, donando se stessi.

Ma sollevare la testa e donare sono due gesti che fanno a pugni con la società moderna: ( nella nostra società ) non puoi avere come simbolo il Fallo, la cui forza psichica rappresenta energia gettata, donata, sparsa senza calcolo, ed essere avido e avaro, come deve essere l’homo oeconomicus teorizzato da Adam Smith, l’eroe calcolatore del capitalismo trionfante. Per passare dall’antieconomica generosità fallica all’avarizia liberista, devi prima far fuori quel simbolo ingombrante, il Fallo, appunto ( pag. 27 ).

Così, il Fallo è stato retrocesso a semplice pene, entità anatomica apparentemente certa, in realtà appendice corporea svuotata di ogni forza propria.
Il bombardamento continuo di immagini erotizzanti, la natura esplicitamente pornografica di gran parte della pubblicità hanno lo scopo di azzerare la dimensione carnale del nostro vivere, per sostituirla con una realtà virtuale, “pensata” e, in quanto tale, finta.
All’interno di questa realtà virtuale, noi ci muoviamo ormai non più come donatori di senso, ma come lavoratori – consumatori, che lavorano sempre di più per poi consumare sempre di più.

I nuovi schiavi, senza nemmeno la coscienza di essere tali.

Ma come è potuto accadere questo?

Claudio Risè descrive molto bene il cammino percorso negli ultimi duecento anni dal maschio occidentale, costretto ad abbandonare i propri simboli per divenire un’appendice della “ macchina “ che si era illuso di poter governare, divenendo il maschio pene-portafoglio-automobile, quello che si vergogna di essere se stesso.

Né le cure a cui si è rivolto sembrano averlo aiutato:

– non gli basta l’approccio psicoterapeutico ( cfr. primavera 2004 A. Miller ), perché tutte le terapie del pensiero si sviluppano a partire dalla divisione mente – corpo, mentre mai come oggi l’uomo avverte di essere uno e indivisibile;

– percepisce insufficiente l’aiuto filosofico ( autunno 2004, U. Galimberti ) perché, pur superando finalmente ogni dualismo, il filosofo moderno quando parla dell’uomo evita di avventurarsi in ciò che differenzia il maschio dalla femmina, descrivendo un’umanità apparentemente sola con sé stessa, prigioniera della cultura da essa stessa creata;

– nemmeno l’oriente offre una risposta esaustiva, stretto com’è tra la spinta a fuggire dal mondo proposta dalla cultura dell’ India ( primavera 2005 ) e la continua ricerca di un equilibrio impossibile, propria del pensiero Cinese ( autunno 2005 ).

Prigioniero di pulsioni mal gestite ( primavera 2006, “Il ventre, la danza e il tantra” ) e necessità del mondo tecnologico ( autunno 2006, “Psiche e techne” ) , l’uomo moderno sta divenendo rapidamente un androgino zombie.

Ma, ritrovare sé stessi è possibile, a patto di riappropriarsi della originaria diversità esistente tra maschio e femmina, con il loro diverso modo di sentire, di provare un sentimento: il sentimento come base dell’essere, come modalità principale per viaggiare nel mondo ( primavera 2007, R. De Monticelli, A. Baricco ), che nasce, si sviluppa e permette all’essere umano di guardare in faccia il proprio lato selvatico ( autunno 2007, C. Risè ).

Il corpo come manifestazione del sentimento.

Ritrovare sé stessi per orientarsi verso l’altro.

Ritrovare se stessi, per noi maschi, significa ritrovare il proprio fallo, anzi, il Fallo:

– perchè ci insegna concretamente, e carnalmente, a puntare in alto rimanendo saldamente ancorati alla terra;

– perchè ci mette di fronte alla nostra forza, per sua natura altalenante e bisognosa di pause, prima di lanciarsi verso nuove sfide;

– perchè risveglia in noi la figura dell’errante, del nomade, che silenziosamente ci libera dai legami del consumistico mondo in cui viviamo;

– perchè fa emergere in tutto il suo splendore il guerriero che è in noi, che magari nel suo impeto sbaglia, ma che ci permette di creare, anche attraverso il conflitto, uno spazio di libertà;

– perchè, infine, ci rende consapevoli della capacità donativa maschile, di quel gettare senza riserve il proprio seme nel mondo per farlo germogliare.

Orientarsi verso l’altro carnalmente, fidarsi del proprio corpo, divenire il proprio corpo, con quella riconoscenza per essere stati concepiti e poi messi al mondo che non è mai data a priori, ma va maturata nel tempo, facendone esperienza muovendosi.
Muoversi verso il bosco e lì perdersi, liberarsi
.

Trovare in esso gli odori, i sapori, i rumori, i contatti, le visioni che nutrono il cuore.

Così da poter guardare in faccia i propri lati oscuri e la solitudine che li accompagna, e sentirsi uomini in cammino, guerrieri erranti pronti a donare la vita, capaci di puntare in alto perché consapevoli della propria forza e del suo destino.

Il movimento verso l’altro da sé come sentimento primario.

Fare esperienza muovendosi.

Fermarsi è malattia.

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