Tatto e linguaggio

il corpo delle parole.

M. Mazzeo

14 x 21, pag. 287

Editori Riuniti – Roma – 2003

 

Entrare in contatto.

Se vivere è muoversi, toccare è vivere.

Marco Mazzeo ha il merito di ri-portare al centro della nostra indagine il tatto, nella sua duplice manifestazione di attività somestesica ( la pelle ) e aptica ( la mano ), guidandoci alla comprensione di quello che, tra le facoltà umane, è sicuramente il senso più dimenticato. 

Stazione eretta e nuovo equilibrio sempre instabile, corpo nudo e sovraesposizione agli stimoli, mani senza compiti percettivi prefissati e capaci di costruire un mondo, ci differenziano dal resto del mondo animale; una nascita precoce seguita da un’infanzia prolungata permettono poi l’apprendimento della vita del piccolo di uomo, capace di integrare tra loro i vari sensi in maniera estremamente efficace.  Il corpo umano, che va così definendosi, manifesta innanzitutto le corrette dimensioni e forme per poter parlare: il linguaggio nasce grazie alla presenza di un corpo di giusta misura, esposto all’ambiente in un determinato modo, quasi a protezione dal profluvio degli stimoli che arrivano sulla pelle. Ma parlare non basta ( ” vieni più vicino ” ), ed ecco che il linguaggio apre a sua volta a nuove dimensioni di contatto, questa volta più ludiche, estetiche, emotive.

Il tatto come condizione indispensabile per stare al mondo ( si può essere ciechi ma non senza corpo ), vero motore dello sviluppo umano, di un corpo sempre troppo immaturo in cui la scarsa specializzazione dell’esperienza tattile costituisce l’elemento chiave di una relazione ad incastro tra mancanze biologiche e rimedi culturali. 

Ma siamo proprio sicuri  che, come vuole il pensiero di Mazzeo ( e quello fenomenologico ),  quello umano sia un corpo immaturo? 

Un infante immaturo muore.

Marco Mazzeo illustra efficacemente l’inconsistenza di un certo darwinismo elementare ,che dimostra la sua insufficenza  quando si cerca di utilizzarlo tout-court per la comprensione dell’evoluzione della specie umana: la nostra effettiva vulnerabilità rispetto alle altre specie viventi fa di noi uomini un’entità incomprensibile se misurata in termini di efficenza ed efficacia biologica: nudi, lenti, disarmati, nati prematuramente, siamo assolutamente degli esseri bisognosi. In poche parole, dovremmo essere estinti da molto tempo.

Ma proprio quando potrebbe osare il cambio di passo e collocare la specie umana all’apice evolutivo dei sistemi viventi, non per una non meglio comprensibile intelligenza superiore rispetto alle altre forme di vita, quanto piuttosto per il compiuto percorso umano verso la conquista dello spazio corporeo e del tempo vitale, l’autore sembra risentire ancora di un certo pensiero platonico, che legge la vicenda umana come qualcosa di comunque tragico, invece di scorgervi i segni della sua grandezza e del suo destino, quello della conquista dell’universo.

In secondo luogo, anche questo autore evita di approfondire la dimensione percettiva umana per  quel che concerne i suoi due aspetti maschile e femminile collocandosi, analogamente all’approccio psicologico generale, nel solco degli studiosi che considerano sovrapponibile il sentire dell’uomo e quello della donna: errore madornale, che impedisce in ultima istanza di comprendere la corporeità proprio a partire dal vissuto specifico dell’essere umano che è, per sua natura, dell’uomo e della donna.

Avremo modo di approfondire questi concetti, godiamoci per ora la lettura di questo saggio estremamente interessante. 

 

 

 

 

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