Sul piacere e sul dolore.

Sintomi della mancanza di felicità.

Stefania Consigliere

14 x 23, pag. 268 – DeriveApprodi 2004


Nudi, eretti e con le mani libere; sinestetici, plastici, potenziali padroni dello spazio e del tempo.

Costretti a costruirsi un mondo in cui vivere, gli esseri umani sperimentano da sempre il contatto, più o meno doloroso, del loro corpo con ciò che li circonda. La elevatissima esposizione nuda della superficie corporea comporta una presenza costitutiva del dolore nel contatto con l’esterno: veicolato da vie sensitive velocissime e sovrapponibili a quelle tattili, il dolore umano genera turbamento, che si traduce quasi sempre in risposte errate: i topolini imprigionati nella stiva del Titanic sanno come cercare la via di uscita; non così gli umani, che restano imprigionati.

Il corpo umano colpito da un dolore si ferma.

Come per la vertigine provata divenendo eretti, così la mancanza di risposte istintuali definite costringe l’umano a trattenersi, ponendo le basi per l’emersione di ciò che noi chiamiamo coscienza. Il dolore umano è dolore da attrito, attrito tra ciò che desideriamo e ciò che è possibile ottenere.

Per questo il piacere umano è possibile, ma non certo: è legato al fare, al muoversi nel tentativo di costruire un mondo migliore rispetto all’ambiente dato. Muoversi significa incontrarsi: – piacere! –  si dicono due persone che si incontrano per la prima volta. La speranza si compie, ci si trascende, l’uscita dal proprio isolamento permette ogni volta di scorgere un barlume di felicità.

Stefania Consigliere in questo splendido saggio riesce nell’intento di aprire uno spazio di riflessione sull’aspetto più costitutivo dell’esperienza umana, quel – provare dolore, ricercare il piacereche guida tutta la nostra esistenza:

gli animali neuronali, che vivono instaurando col mondo relazioni molteplici e variabili, fanno qualcosa di più che semplicemente sopravvivere e riprodursi: gli animali culturali vivono e, nel vivere, modificano il mondo in direzioni a essi favorevoli; sviluppano sistemi complessi di apprendimento e di trasmissione delle informazioni; stabiliscono relazioni basate sulla ricerca del piacere anzichè sulla fuga dal dolore. In un contesto del genere, dove un cervello è plasmato dall’interazione col mondo e a sua volta lo plasma, il piacere è al contempo esito e requisito dell’uscita dalle condizioni adattive minime, indice di una sistuazione d’esistenza in cui ciò che conta non è soltanto sopravvivere ma vivere e poi, anche, vivere bene ( pag. 62 ).

Il dolore si sopporta, il piacere si impara: è necessario un lavoro su di sè per pervenire al piacere, per permettere al soggetto di accedere a possibilità corporee di cui prima non era capace, acquisendo strumenti più potenti, necessari per poter rendere vero ciò che egli inizialmente solo desidera. Quanto strida la necessità di questo tipo di cammino esperienziale rispetto alle modalità di vita attuali è fin troppo evidente, l’essere umano fatica molto a scoprirsi orientato dal desiderio, più spesso egli si ritrova determinato nei suoi comportamenti solo dal bisogno del contenimento del dolore, da evitare a qualsiasi costo: la malattia viene letta come qualcosa di insensato, lo spazio generato dalla sofferenza non viene abitato, ci si chiude.

Depresso è colui che non riesce più ad immaginare mondi da costruire assieme agli altri.

Felice è colui che condivide.


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