Il Dio delle donne

Luisa Muraro

21×14,5, 165 pag. Mondadori – 2003

 

Tre lezioni sulla differenza sessuale

Luisa Muraro

21×14,5, 153 pag. Orthotes Editore – 2011

 

L’anima del corpo

Contro l’utero in affitto

Luisa Muraro

19×12, 90 pag. La scuola Editrice – 2016

 

Donna è colei che accoglie?

Donna è colei che è passaggio dell’amore, amore essa stessa?

Donna vuol dire essere abitata da quello che di inafferrabile e di incalcolabile è il desiderio femminile, e cioè dall’assenza di un vero oggetto; mancanza di tutto, bisogno di tutto; poter diventare madre e trovarsi così reclamata dalla riconoscenza della vita ricevuta e dalla bisognosità della vita da trasmettere ( … ).  C’è sullo sfondo una domanda smisurata d’amore, votata al fallimento per fare posto ad altro, ossia per dare vita alla vita ( Il Dio delle donne, pag. 88-91 ).

Luisa Muraro, filosofa e femminista, è riuscita con i suoi scritti a portare alla luce il bisogno di infinito che abita ogni donna, il suo sentirsi dea, desiderosa di essere ammirata. Ma la sua ricerca, come quella del movimento femminista, non mi sembra essere approdata ad una rinnovata relazione con il mondo maschile.

La donna descritta da Luisa M. non sorge dal suo essere corporalmente donna, ma dal resistere al suo essere penetrabile, ricercando un impossibile ritorno alla madre. Nel suo smisurato bisogno di relazione essa non trova nell’uomo il perno attorno a cui far girare il proprio desiderio; non si gioca la propria divinità con il maschio, ma con Dio.

Dimenticandosi di essere ammirata per quello che è, cioè per la sua corporeità; dimenticandosi che una donna può decidere o meno di essere madre solo se, PRIMA, un uomo l’ha fecondata,  la donna di Luisa M. pone sé stessa alla pari con Dio. L’uomo, colui che spinge, che apre il passaggio dell’amore carnalmente e con fatica viene rifiutato, in favore di un rinnovato patto tra donne capace, nelle intenzioni dell’autrice, di permettere un ritorno all’armonia primigenia dell’amore materno.

Ma la madre da Lei descritta non si fa mediazione vivente dell’amore, non insegna alla figlia a vivere il proprio potere, quello di essere colei che avvolge? con il punto di domanda, perché spetta alla donna scegliere; piuttosto, le insegna COME usare questo potere, che rimane spesso ad ogni donna oscuro proprio perché usato e non vissuto.

Per questo le sue argomentazioni contro la maternità surrogata e le sue obiezioni alla deriva meccanicistica delle pratiche di fecondazione assistita pur essendo condivisibili, non convincono: dopo che la tecnica ha reso possibile la fecondazione senza relazione la donna, dimentica del fatto che gli spermatozoi utilizzati dalla scienza provengono comunque da un uomo, vive in questi anni una sorta di delirio di onnipotenza, che la sta progressivamente portando a credere di potersi staccare dal proprio corpo e di poter fare a meno della maschilità di chi le sta accanto. Una modalità ” single ” di vivere la relazione, dove al rischio dell’incontro con ciò che è altro da sé si sostituisce la presunta sicurezza del bastare a sé stessi.

Io penso invece che la relazione uomo-donna comporti ogni volta uno sbilanciamento: nel maschio, il compimento dello spingere e il ritorno allo stato di quiete; nella donna, ogni volta una sorta di nuova nascita, che la chiama a decidere se accogliere? imparando a stare nella sospensione in cui sta il desiderio, per poi aprirsi nuovamente perché nuovo amore avvenga.

Per questo, come in una fiaba, gli amanti parlano tra loro nuovamente la lingua materna: la completano, dopo averla appresa dalla propria madre; poi vanno oltre.

 

 

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